Ontologia del quotidiano. Conversazione in pizzeria

Cliente: Buona sera, vorrei una pizza alla norma.

Pizzaiolo: Sarà fatto! Mi dia 10 minuti.

(1 minuto dopo …)

C.: Aspetti, aspetti. Potrebbe farmi un calzone anziché una pizza?

P.: Appena in tempo, nessun problema.

(qualche minuto dopo…)

P.: Ecco qui il suo calzone. Buon appetito!

C.: Grazie. Senta, posso farle una domanda?

P.: Eccome no!

C.: Forse le sembrerà una domanda strana ma, secondo lei, c’è una qualche differenza tra una pizza e un calzone (alla norma)?

P.: …

C.: Mi spiego, in fondo un calzone non è altro che una pizza, diciamo, “chiusa”; quando lei prepara un calzone, infatti, non fa altro che preparare una pizza e poi richiuderla in se stessa.

P.: E no caro signore! La differenza c’è e si vede. Lei ha ragione…per certi versi; quando preparo un calzone, stendo l’impasto come se stessi preparando una pizza ma quello che preparo è invece un calzone!

C.: D’accordo ma perché? In fondo a me pare che si tratti della stessa “cosa” solo che abbiamo due nomi diversi per indicarla. Usiamo la parola ‘calzone’ quando l’impasto è ripiegato in un certo modo e la parola ‘pizza’ quando invece l’impasto è steso e lasciato “aperto”. ‘Pizza’ e ‘calzone’ sono quindi solo due parole differenti che però si riferiscono alla stessa cosa.

P.: Non si tratta di parole! Lei ha in mano un calzone! Se avesse ordinato una pizza, adesso avrebbe sul piatto qualcosa di forma più o meno circolare.

C.: Quindi il problema è la forma! Se lei stende l’impasto in modo (più o meno) circolare e poi ne ricopre la superficie superiore con dei condimenti, allora ottiene una pizza. Se invece l’impasto è ripiegato su se stesso, dopo essere stato steso e condito a piacere, quello che ottiene è un calzone!

P: Complimenti, bella scoperta…

C.: Consideri però questo esempio, sempre che non le stia facendo perdere troppo tempo. Guardi qui: lei ha preparato  – lasci che glielo dica – un ottimo calzone. Adesso io però lo “apro”, modificandone la forma; così guardi… in modo circolare. Ottengo una pizza?

P.: Beh… non direi! Io le ho comunque preparato un calzone!
C.: …
P.: Anche se lei ne cambia la forma, ciò non toglie che di calzone si tratti… un calzone aperto!

C.: Allora – secondo lei – c’è una differenza tra una pizza e un calzone aperto?!

P.: … Direi di sì. Dipende da cosa ha preparato il pizzaiolo!

C.: Quindi non si tratta solo di forma. È necessario che il pizzaiolo intenda preparare qualcosa di specifico, una pizza o un calzone! [enfasi su ‘intenda’]

P.: Lei ha ragione ma non proceda così di fretta. Un pizzaiolo potrebbe anche intendere – come dice lei – di preparare un calzone, mentre potrebbe poi preparare… che ne so… una stramberia, perché sbaglia nel dare forma all’impasto.

C.: …

P.: L’intenzione deve portare a una “cosa” con la forma desiderata.

C.: Allora sembra che né la sola intenzione, né la sola forma siano sufficienti a fare la differenza tra una pizza e un calzone; è necessario che l’intenzione porti a qualcosa di ben specifico. In un certo senso, l’intenzione deve essere “realizzata” in modo corretto. Spero che lei sia d’accordo.

P.: Esatto; vedo che lei ha preso gusto per questa conversazione.

C.: Questo però significa che anche se una cosa, diciamo, “creata” viene poi modificata in un secondo tempo da una persona diversa dal suo creatore, quella cosa rimane comunque di una certa tipologia, ossia della tipologia attribuitagli dal creatore. Lei mi ha preparato una cosa che rimane calzone, anche se io la “apro” a mo’ di pizza.

P.: Forse sì ma lasci che le faccia una domanda io adesso. Fino a che punto una pizza o un calzone può subire dei cambiamenti e rimanere la stessa cosa?

C.: È proprio qui che volevo arrivare! Potrei, di fatti, tagliare interamente il calzone e ridurlo in pezzettini. Si tratterà ancora di un calzone… un calzone tagliato o di qualcos’altro? Certo, lei l’ha preparato come calzone, però certi cambiamenti potrebbero farlo diventare qualcosa di diverso.

P.: …

C.: Ma allora non è solo una questione di forma e intenzione. Bisogna considerare come le cose cambiano nel tempo. E il t…

P.: Caro signore, scusi ma sono arrivati altri clienti… e questi sembrano più affamati di pizze e calzoni che non di discussioni su cosa pizze e calzoni siano. Se continuassi questa discussione, finirei col fare la “filosofia delle pizze e dei calzoni” e non più pizze e calzoni.

C.: No, per carità! Chi farebbe poi dei calzoni così buoni?!

— Dedicata a Federico, Diego, Uccio, Melissa e Barbara

Il contenuto filosofico della conversazione è basato su alcune problematiche classiche sull’ontologia degli artefatti e degli oggetti materiali. Rimando il lettore interessato a:

Baciami senza rete, di Paolo Crepet

Baciami senza reteBaciami senza rete, sottotitolo Buone ragioni per sottrarsi alla seduzione digitale (Mondadori, 172 pp., 18,50 euro) è un testo a carattere divulgativo in cui Paolo Crepet propone un’analisi dell’impatto delle tecnologie digitali nel vissuto quotidiano.

Per riportare le parole dell’autore, il testo si propone di “riflettere sul cambiamento antropologico che le nuove tecnologie stanno imprimendo sulla nostra comunità, sul modo di relazionarsi e di vivere le emozioni, sulle nostre abilità di comunicare” (p. 10). Attraverso il saggio l’autore non intende celebrare l’era del pre-digitale nella nostalgia di un tempo ormai perduto; piuttosto, cerca di mettere criticamente in luce alcuni aspetti (potenzialmente) problematici sull’uso di certe tecnologie.

A detta di Crepet il digitale sta radicalmente modificando diversi aspetti del quotidiano. A più riprese l’autore pone l’enfasi su quello che è a mio avviso il tema centrale del testo, ossia l’isolamento comunicativo ed esperienziale dell’individuo nel digitale. Isolamento, perché nonostante sia costantemente connessa alla rete, ogni persona è sempre più isolata nel proprio modo di pensarsi e di pensare la realtà.

Nel capitolo Internet delle cose e libertà: siamo tutti “profilati” (pp. 78-85), Crepet riporta alcuni aspetti sulla limitazione dell’accesso all’informazione cui siamo soggetti attraverso le tecnologie digitali. Ad esempio, i motori di ricerca sono sempre più tarati sulle preferenze di ogni specifico utente. Ciò significa che le informazioni ottenute facendo una ricerca su internet sono filtrate da sistemi di gestione che decidono a quali di esse possiamo accedere immediatamente, di solito sulla base delle nostre ricerche passate. Ciò rischia di incrementare l’isolamento (culturale) dell’utente medio, nella misura in cui esso si trova esposto alle sole informazioni che rispecchiano il suo modo d’essere e di pensare.

continua…

“Design”, di Francesco Trabucco

Capire cosa sia il design è un’impresa che si rivela non del tutto banale. Non è sempre chiaro, infatti, come il designer si distingua dal progettista o dall’ingegnere; né tantomeno è immediata la distinzione tra design e arte. Dal punto di vista prettamente linguistico, poi, ‘design’ è un termine polisemico utilizzato per riferirsi tanto alle attività di progettazione, quanto ai risultati di tale attività (artefatti o progetti) che, in senso più generico, alla disciplina della progettazione.

I manuali di design,da parte loro, si mantengono vaghi su questioni relative ai fondamenti concettuali del loro oggetto di studio. Per Pahl e Beitz (2007), per esempio, il designer contribuisce allo sviluppo di un artefatto tenendo conto di diversi fattori, tra cui quelli economici, ambientali ed ergonomici. In questa prospeDesign-Trabuccottiva, che potremmo chiamare “tecnico-ingegneristica”, un artefatto è il risultato di un metodo di design rigoroso ed è primariamente caratterizzato in senso funzionale (a cosa serve) e strutturale (com’è fatto). Le sue caratteristiche estetiche, inoltre, sono considerate unicamente come il risultato di un’attenta analisi del problema progettuale da risolvere – l’estetica della logica, a detta di Bruno Munari (2012) – e non rappresentano l’espressione dello stile del designer (anzi, per Munari un designer è privo di stile proprio)

continua…

Bisogna parlare di mafia. “Catania bene”, di Sebastiano Ardita

Ho trovato con sorpresa in libreria Catania bene, sottotitolo Storia di un modello mafioso che è diventato dominante. L’autore, Sebastiano Ardita, procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Messina, discute della mafia catanese nel periodo compreso tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso, spiegando come – a differenza dei corleonesi – il modello catanese abbia preferito l’economia e la politica alla lotta armata in funzione anti-statale. Ardita, infatti, spiega come la famiglia Santapaola-Ercolano, la principale cosca di Cosa Nostra a Catania, si sia infiltrata all’interno delle arditaistituzioni, dell’economia e della borghesia cittadina per trarne profitti e gestire al meglio il controllo sulla città. Tanto per riportare qualche esempio dal testo, l’autore ricorda come nel corso delle indagini siano emerse delle foto in cui Benedetto (detto Nitto) Santapaola appare insieme a personaggi importanti delle istituzioni catanesi negli anni ’70/’80, o di come all’inaugurazione della sua concessionaria Renault, Santapaola avesse tra gli ospiti nientemeno che il prefetto e il questore della città. Ancora più inquietante, che l’omidicio di Giuseppe Fava fu inizialmente imputato alla sfera privata del giornalista e solo anni dopo fu tirata in ballo la questione mafiosa*.

Dico di essere stato sorpreso dall’aver trovato il libro in commercio, perché a Catania ho vissuto per gli anni scolastici e gran parte di quelli universitari, e ho sentito solo raramente parlare di mafia. E a volte in toni vaghi, con la solita filastrocca che, tutto sommato, è meglio farsi i fatti propri e non prestare troppa attenzione a certe cose. Di mafia, insomma, se ne parla poco e si è spesso disinformati. Certo, ci sono le iniziative di associazioni tra cui Addiopizzo e la Fondazione Giuseppe Fava, ma rimangono circoscritte ai pochi che hanno la voglia di ascoltare e informarsi. Soprattutto, per riprendere i toni di Sebastiano Ardita, rimangono confinate alla “Catania bene” e fuori dai “quartieri a rischio” nei quali invece avrebbe molto più senso operare in funzione anti-mafiosa. Nel frattempo, però, la magistratura porta avanti le indagini sui rapporti di Mario Ciancio Sanfilippo, direttore del quotidiano La Sicilia, con Cosa Nostra — la mafia controlla la circolazione delle informazioni? — e degradanti manifesti appaiono in alcune delle strade cittadine — per sottolineare la presenza e l’importanza di alcuni personaggi?

Condivido, però, la critica di Rizzo a Catania bene: Ardita ha raccontato cose note da tempo, già pubblicate altrove. Tuttavia, gli va riconosciuto il merito di aver reso noti, perché no, ancora una volta, gli affari di Cosa Nostra nel catanese e le sue collusioni con alte cariche dello Stato. La “questione mafiosa” non dovrebbe essere discussa solo dagli esperti in tribunale, o nei libri, o nelle aule universitarie; deve entrare nelle aule di scuola, nei quartieri dove la mafia arruola le sue leve, in Parlamento, nei comuni, nelle chiese, nelle piazze, nelle sale da gioco, nei blog e in qualsiasi altro “luogo”. Perché è anche in questo modo che un’organizzazione criminale come Cosa Nostra e la mentalità che ci sta dietro possono essere combattute: attraverso l’informazione, l’istruzione e la divulgazione di valori civili a beneficio della comunità sociale. Catania bene, quindi, dovrebbe far scandalizzare, parlare, aprire dibattiti e riflettere sul ruolo della mafia a Catania, su quei (mis-)fatti che hanno infangato e infangano la città e la Sicilia intera ma che, nonostante tutto, rimangono spesso, troppo spesso, nell’ombra.

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* A proposito di Giuseppe Fava, la Fondazione Fava (cfr. link sopra) dispone dell’intera raccolta in digitale de “I Siciliani”, rivista impegnata contro la mafia e le sue collusioni con i colletti bianchi. Il costo del CD è minimo e i catanesi possono trovarlo presso alcune librerie.

Collusi, Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo

di-matteo-pres-collusi-ro-ilfqLa mafia siciliana, Cosa nostra, è una delle peggiori organizzazioni criminali, coinvolta in estorsioni, commercio di armi e droghe, delitti eclatanti. In un’impostazione molto condivisa, lo Stato italiano, rappresentato da politici, forze dell’ordine e magistrati, rappresenta la principale difesa della legalità contro l’avanzamento del terrore mafioso ed è quindi responsabile di importanti iniziative in funzione anti-mafiosa. Per il magistrato siciliano Nino Di Matteo questa è la visione semplicisitica o, se vogliamo, ingenua di Cosa nostra e delle sue relazioni con il potere istituzionale. In Collusi*, libro scritto in collaborazione con il giornalista di La Repubblica Salvo Palazzolo e pubblicato da BUR Rizzoli, Di Matteo delinea, attraverso il rigore della documentazione giuridica, il profilo di una mafia i cui rapporti con alti funzionari dello Stato italiano sono coesi a tal punto da rendere quasi invisibile la linea di demarcazione tra “buoni” e “cattivi”.

Nelle poche pagine del testo, Di Matteo ripercorre il filo giudiziario di alcune indagini ai danni di Cosa nostra, nelle quali è emerso, spesso tramite l’appoggio dei collaboratori di giustizia, il profondo legame tra mafia, istituzioni italiane e “colletti bianchi”. Politici che si sono rivolti intenzionalmente ai boss stragisti per sostegno elettorale, economico o perfino per difesa personale. Forze dell’ordine che, con la pretesa iniziale di ricevere informazioni utili sulla mafia dagli uomini delle cosche, hanno iniziato una fitta rete di collaborazione con quelli che invece dovevano constrastare. Magistrati che evitano le questioni più delicate sui rapporti Stato-mafia e si limitano a condurre indagini ai danni dei mafiosi estorsori, o dei trafficanti di droga, senza preoccuparsi dei “pesci grossi” che stanno nei palazzi di Stato a prendere accordi con Cosa nostra. Tra le vicende più inquietanti, Di Matteo ricorda i processi ai danni di Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti, entrambi più volte alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; di Salvatore Cuffaro, ex Presidente della Regione Sicilia, e di tanti altri uomini della politica italiana che, pur mantenendo un atteggiamento anti-mafioso di facciata, sono scesi a stretti compromessi con Cosa nostra.

Nel testo si sottolinea spesso come le investigazioni giudizarie ai danni dei mafiosi e dei funzionari di Stato collusi siano viste con dispetto, purtroppo all’interno della stessa magistratura; come gli opportunismi di stampo politico abbiano troppo spesso la meglio sul senso di legalità e sul rispetto dello stato di diritto; come le attività illecite di un’efferata organizzazione criminale siano quasi legalizzate e di come la mafia stia diventando sempre più una sorta di agenzia per i “servizi” sul territorio. Un politico che vuole essere eletto non prepara un programma elettorale, ma si rivolge ai mafiosi per la garanzia dei voti, così come un imprenditore fa riferimento a certi uomini d’onore se vuole assicurarsi una gara d’appalto.

20150512-collusi-dimatteoIn fondo per chi è nato e cresciuto in Italia e ha tenuto gli occhi aperti sulla società, i fatti sulla trattativa Stato-mafia e le considerazioni di Di Matteo in Collusi non sono cose nuove. Quando però la magistratura è in possesso di prove sulla profonda collusione di uomini che hanno retto e reggono le redini dello Stato, allora Collusi traccia un profilo inquietante dell’Italia presente.

Tutto è perduto? Forse. O forse no: tra tanti delinquenti e malfattori, mafiosi e sedicenti uomini di Stato, c`è chi sostiene e si impegna giornalmente affinché il predominio della violenza, dell’arroganza e dell’ignoranza sia contrastato con la legalità, il diritto, la migliore intelligenza civile e un alto senso di responsabilità politica. Il monito di Di Matteo è chiaro sotto questo profilo: nessun compromesso con i mafiosi, nessun patto con gli stragisti. Nessuna politicizzazione della magistratura. Nessuna resa.

Note:

* Titolo per intero: Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia, di Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo

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Devo confessare che la scelta editoriale sulla copertina del libro mi sembra un po’ infelice. La scritta in basso associata alla foto di Di Matteo fa il magistrato molto “cool” ma rischia di sminuire il contenuto dell’analisi. Sembra quasi il sottotitolo di un film di Hollywood. Non capisco poi perché si parli di “nuovo potere criminale”.

Conversazioni in Sicilia

Il Mongibello, gli alberi di arance e limoni, un cielo di nubi, grigie, così grigie come solo l’inverno sa essere. All’orizzonte il mare. Le serate con gli amici, la birra, il tabacco, i palazzi barocchi, il profumo di pesce, gli occhi verdi delle ragazze, la carne bruna, i capelli neri. Il nero del vulcano, del carattere umano, non per lutto ma spesso per senso di sconfitta. Sconfitta civile e politica: perché, per quanto ne dica Eraclito, le cose spesso rimangono identiche, non mutano. Perché “futtitinni” non è un invito ma una scelta di vita, una maniera di rappresentarsi il mondo e la società. Il viaggio non è solo uno spostamento fisico, da una città all’altra. È un incontro con le percezioni sulla vita di chi si incontra.

“Da cosa nasce la filosofia?” – una domanda, così, fatta per discutere.

“Ahhh, ma chi mi cunti; di mattina, prima del caffè, ci mettiamo a ragionare…di queste cose?! Comunque se ne sono dette tante… Da alcuni la filosofia è vista come una speculazione su ciò che riguarda l’esistenza, il senso della vita, il posto dell’uomo nell’universo, fisico e sociale; da altri, come una sorta di metodo per l’analisi concettuale. In questo secondo significato, vuoi sapere cosa è la società, o un buco (nel muro)? O vuoi sapere se è vero che oggi piove (e, in effetti, piove anche oggi)? Beh, i filosofi hanno argomenti in proposito. Chiaramente ci sono tante altre posizioni, ma il punto è proprio questo: la filosofia è una riflessione sulla vita e ognuno riflette come preferisce. I filosofi di professione hanno un loro metodo, usano esempi e ragionamenti che sono tipici per le loro comunità di riferimento. Ho risposto?”.

“Ma la filosofia non nasce dall’essere?”.

“Essere?! E chi ha usato questa parola? Se proprio la vuoi mettere nei termini “da dove nasce la filosofia”, Aristotele diceva che essa prende vita dalla curiosità per il mondo. Guarda i bambini che chiedono costantemente cosa è quello, cosa è questo, perché è così, perché questo e perché quello. I filosofi si comportano allo stesso modo; in un certo senso, cercano di spogliarsi dalle loro assunzioni sul mondo e provano a guardare la realtà così come farebbe un bambino, analizzando quei dettagli che sembrano banali alla maggior parte delle persone. I filosofi cominciano solitamente con cose banali, appunto, e poi mostrano come invece esse sono molto complesse e per questo hanno poche risposte da dare, ma molte domande. Prendi l’esempio di prima: ti sei mai posto il problema di cosa è un buco? Oppure cosa significa chiedersi se è vero che oggi piove?”.

“Aspetta un attimo, però. Prima mi dici che la filosofia inizia con la vita e poi mi chiedi cosa è un buco! La filosofia è molto astratta! Come fai a dire che ha a che fare con la vita? I filosofi sono seduti nelle loro poltrone a parlare dell’amore, di Dio, dell’essere, del divenire, dei buchi (a quanto pare…), di quello e di questo”.

“Calma! Questo è vero, ma ti sembra che queste cose non abbiano niente a che fare con la realtà?! Prendi Socrate. È vero che secondo sua moglie era un perdigiorno e sicuramente aveva ragione, dato che il maritino, invece di andare a lavorare e portare il pane a casa, passava il tempo a chiacchierare con gli amici (comunque, i soldi a casa li portava lo stesso). Socrate ha combattuto in guerra! Ha ucciso e ha visto i suoi amici morire. E Platone: per tre volte ha rischiato la vita a Siracusa, perché pensava che il tiranno della città fosse disposto a realizzare i suoi ideali riguardo la repubblica ideale. E, invece, il povero Platone è stato incarcerato e venduto come schiavo! Marx è stato costretto a lasciare il suo paese per via delle idee politiche. Insomma, la filosofia non è qualcosa di separato dalla vita. Tutto il contrario”.

“Senti ma ci sono anche quelli che sostengono che niente esiste! Come fanno questi a dire cose del genere?! Prendi noi adesso che stiamo discutendo, o quello là fuori che sta passando, o il caffè che si sta cuocendo. Come si fa a dire che queste cose non esistono … io proprio non lo capisco!”.

“E nemmeno io… Eppure, se ci pensi, la cosa non è poi così strana. Considera il cristianesimo. Nella sua visione delle cose il mondo è una sorta di vita falsa, nel senso che la vera vita è quella che ci aspetta (facciamo le corna mentre lo dico) dopo la morte. L’aldilà è quello che più conta per i cristiani. In un certo senso, chi nega l’esistenza della realtà ha ragioni diverse per farlo ma più o meno sulla scia del cristianesimo crede che ci sia qualcosa di più autentico oltre la realtà che percepiamo. E poi: come fai ad essere sicuro che non stai dormendo? Che questo dialogo non è un’illusione? Non potrebbe essere tutto un’illusione, una specie d’inganno ai nostri danni??”.

“Ma a questo punto, tutto sarebbe falso! Allora perché dovrei andare a lavoro domani?? Perché dovrei cucinare?? Perché dovrei pagare le tasse??”.

“Ecco, ora si comincia a ragionare! Comunque, questi sono problemi tuoi. A me queste speculazioni interessano poco, quindi mangio, cucino e … pago le tasse! Mettiamola così: se tutto è falso, così come sarebbe se il mondo fosse solo un’illusione, allora anche i nostri ragionamenti sono falsi! Possiamo fare, quindi, una pernacchia a chi sostiene cose di questo tipo, proprio perché per il suo stesso ragionamento, ogni frase detta (sulla falsità della realtà) è essa stessa falsa (!!)”.

“Ma…”.

“Non è un trucchetto filosofico. Non puoi sostenere che tutto è falso e ciononostante credere che le tue affermazioni siano vere! Inoltre, considera le conseguenze sulla nostra vita del ragionamento che nega l’esistenza. Come dicevi tu, perché dovremmo sforzarci di vivere quotidianamente, se crediamo che niente esiste?! Questo è un problema serio e chi nega la realtà non può fare a meno di considerarlo. La filosofia è un esercizio critico sulle nostre idee, sul modo di concepire il mondo e l’esistenza, ma non deve negare la realtà da cui prende vita. Altrimenti diventa una specie di misticismo non fondato sull’argomentazione e sul dialogo, ma su una sorta di Verità alla quale solo pochi eletti possono accedere, o che forse solo pochi eletti possono credere”.

“Non lo so. Ci sono tanti che, però, l’hanno pensata e la pensano in questi termini. Comunque, nel dubbio tra l’essere e il non-essere, a me è venuta fame. Polenta con i funghi?”.

“Auu, ma chi si addumisciutu? Pasta alla norma, melanzane fritte e ricotta salata! La polenta la mangiamo al rientro nelle valli, alla fine del viaggio”.

Volareee

Volare è il contrario del viaggio: attraversi una discontinuità dello spazio, sparisci nel vuoto, accetti di non essere in nessun luogo per una durata che è anch’essa una specie di vuoto nel tempo; poi riappari, in un luogo e in un momento senza rapporto col dove e col quando in cui eri sparito.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

Artefatti

“[…] la nostra intelligenza , nel senso stretto della parola, è destinata ad assicurare la perfetta inserzione del nostro corpo nel suo ambiente, a rappresentarsi i rapporti reciproci delle cose esterne: in breve, a pensare la materia. […] Noi vedremo che l’intelligenza umana si sente a casa propria solo tra gli oggetti inerti e in particolare tra i solidi, in cui la nostra azione trova il suo punto d’appoggio e la nostra industria i suoi strumenti di lavoro; che i nostri concetti sono stati foggiati a immagine dei solidi; che la nostra logica è essenzialmente la logica dei solidi e che, perciò stesso, la nostra intelligenza trionfa nella geometria […]”

Henri Bergon, L’evoluzione creatrice

Sostanza

«Se qualcuno chiederà che cosa è il sostrato al quale il colore o il peso ineriscono, si rispon­derà che tale sostrato sono le stesse parti estese e solide; se si domanda a che cosa inerisca­no la solidità e l’estensione, non si potrà rispondere che come quell’indiano il quale, dopo aver affermato che il mondo è sostenuto da un grande elefante, fu richiesto su che cosa l’elefante poggiasse; al che rispose: su una grande tartaruga; ma essendogli ancora doman­dato quale appoggio avesse la tartaruga rispose: su qualcosa che io non conosco affatto. L’idea alla quale noi diamo il nome generale di sostanza non è altro che tale supposto ma scono­sciuto sostegno delle qualità effettivamente esistenti».

John Locke, Saggio sull’intelletto umano

Metafisica

“La metafisica, ossia il tentativo di concepire il mondo come un tutto per mezzo del pensiero, si è sviluppata fin dall’inizio grazie all’incontro e al conflitto di due impulsi umani diversissimi, uno dei quali spinge gli uomini verso il misticismo, l’altro verso la scienza”.

Bertrand Russell, Misticismo e logica

Quale mafia in “Una storia semplice”?

Ho letto per caso e tutto d’un fiato “Una storia semplice” di Leonardo Sciascia. Non essendo un letterato, non commento né lo stile, né la trama, che è notoriamente tutt’altro che quella di una storia semplice. Sono rimasto invece colpito sia dal commento riportato sulla quarta pagina di copertina dell’edizione Adelphi, sia dai tanti commenti in giro per la rete, Wikipedia compreso. Stando alla percezione del racconto, si tratterebbe, infatti, di una storia complessa, intrisa di droga e mafia. Da notare che Sciascia non nomini neanche mezza volta i due termini, che quindi sarebbero da intendere ai lettori (come esempio si veda il commento al libro su http://www.kultunderground.org/art/1402).
Per quanto riguarda la droga, nel racconto si allude ad un odore come di “zucchero bruciato, di foglie di eucalipto macerate, di alcool: qualcosa di indefinibile, insomma” (p.52). Il riferimento sembra quindi essere legittimato. Per quanto riguarda la mafia, la cosa si fa più complessa ed è su questo punto che mi soffermerò più a lungo.
Secondo le letture del testo che sono riuscito a trovare sul web (non ho un testo di letteratura con me), la complessità del racconto è essenzialmente dovuta alle ombre dell’organizzazione mafiosa, che si nasconderebbero dietro la trama del racconto. Due personaggi insospettabili per il loro ruolo sociale – un commissario di polizia giudiziaria e un prete – responsabili del furto di un quadro misterioso (a quanto pare Sciascia allude su questo punto al furto della “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi”, di Caravaggio), di omicidi, (forse) produzione di droghe e via dicendo.
Sarebbe questa l’allusione alla mafia nel racconto di Sciascia? Secondo alcuni si, a quanto pare:
“Personaggi della giustizia e religiosi sono uniti da un unico filo conduttore che è quello della criminalità organizzata, insomma di quell’organismo distruttore, frutto di connivenze e di indifferenze, che è la mafia” (http://www.kultunderground.org/art/1402)
La cosa mi sembra fin troppo banale e il giudizio fin troppo affrettato. Del resto, basta che ci sia un omicidio di mezzo in un racconto ambientato in un paesino siciliano per far saltar fuori lo spettro del marchio mafia&co. Non potrebbe trattarsi di “comuni” criminali non legati al fenomeno mafioso che, per ragioni d’interesse privato, evadono dalla legalità?
Se di mafia si tratta nel racconto, a me pare che il riferimento fatto da Sciascia sia molto più sottile e critico, principalmente rivolto alle istituzioni statali; queste che per antonomasia dovrebbero tutelare la cosa pubblica e la giustizia della società civile a danno di ogni tipo di fenomeno criminale e invece troppo spesso sono esse stesse mafia. Lo sfondo mafioso di “Una storia semplice” mi pare allora esplicitamente ritratto nelle figure del questore, del colonnello e del magistrato, i quali nascondono omertosamente la vera identità dell’assassino della storia (il commissario), tacciando il misfatto dell’accaduto presso la caserma di polizia (commissario ucciso da brigadiere) come un mero incidente di percorso.
Per concludere, se nel racconto c’è mafia, allora è a me pare questa: non un’organizzazione criminale dietro i fatti, ma organizzazioni statali (polizia, carabinieri, magistratura) che adombrano la verità pur di salvare la faccia di fronte ai cittadini. Ignoranza, omertà, paura, inconsistenza, senso di onnipotenza, disprezzo per la cosa pubblica: uno stato mentale che è alla base di ogni fenomeno criminale che voglia dirsi mafioso.
Sciascia non ha ritratto un fatto mafioso, almeno non direttamente. Piuttosto, ne ha descritto la logica.
Sciascia_palazzolo

Philosophy meets Bioinformatics at the EPSA 2013

4th European Conference of Philosophy of Science, 28-31 August 2013, Helsinki

Symposium: Models in Bioinformatics
Room 7, Friday 15:30-17:30

Chair: Federica Russo
Speakers:
Emanuele Ratti, European School of Molecular Medicine, Milan
Federico Boem, European School of Molecular Medicine, Milan
Emilio M. Sanfillippo, (former) Institue for Formal Ontology and Medical Information Science, Saarbruecken; ISTC-CNR Laboratory for Applied Ontology, Trento

Abstract of the symposium

Models are usually considered as artefacts for the representation of some aspects of the real world that are relevant for the modeller’s purposes according with available knowledge. Modeling is an integral part of different scientific research initiatives, mainly because they facilitate the study of specific phenomena by simplifying or reducing them to some particular and relevant aspects. In Philosophy of Science little attention has been paid so far to the critical analysis of modeling in disciplines like Systems- and Molecular Biology, which are playing the role of leading researches initiatives. In this symposium we are interested in analysing the exploitation of computational models in these fields, i.e. those artefacts representing biological phenomena using mathematical and computational methods.

The growing importance of computer based modelling in Systems- and Molecular Biology is due to the fact that they need to process big portions of data in order to perform experiments. Emerging disciplines as Computational Biology and Bioinformatics are thus assuming a central role, by applying formal methods to the study of biological processes and entities. Their importance is due to the fact that by using engineering and computational approaches, the chances of performing more elaborated experiments and of getting more elaborated results are drastically improved.

We think that the philosophical debate on scientific models can be enlarged by the analysis of Bioinformatics strategies regarding models development, integration, and evaluation. The aim of the symposium is thus the analysis of certain issues related to the debate on scientific models in Philosophy of Science through case studies mainly taken from Bioinformatics.

We first analyse what Bioinformatics models are, comparing them with bio-ontologies. The contemporary application of formal ontological theories to Computer Science has indeed launched a new scientific enterprise, called Applied Ontology, or Ontology Engineering. By using ontologies, models can be consistently developed and eventually harmonized to a general view of reality. However, the notions of ‘model’ and ‘ontology’ have to be clearly distinguished and for doing this we take into account mainly studies from Applied Ontology for biomedical applications.

Secondly, we focus on the notion of idealization and integration in modelling by case studies from Networks Biology. The idea is that the process of integration of big data within Networks Biology databases is a special case of idealization as conceived in the debate of scientific models within Philosophy of Science. Integration is indeed a useful tool to make hypotheses that could not be made otherwise due to the big amount of data scientists have to deal with. In philosophical terms, integration allows surrogative reasoning over big data.

Last but not least, we examine the realist approach to modelling, while proposing at the same time its critique on the basis of referentialist semantic theory of models. We mean that computational ontologies run the risk of facing the same semantic problems envisaged by logical neo-empiricists concerning the supposed isomorphism between material world and reference language. In order to avoid such a situation we clarify some assumptions about bio-ontologies and their use in ITC-based biomedical research.

 Keywords: scientific models, formal semantics, bio-ontology, Bioinformatics, Applied Ontology, Network Biology

Program and Book of abstracts available: at: http://www.helsinki.fi/epsa13/Materials/EPSA13%20Abstract%20Book.pdf

Libertà

Per settimane vediamo sfilare davanti a casa di Nonna l’esercito vittorioso dei nuovi stranieri, che adesso chiamano l’armata di Liberazione.

[…]

Contro i nostri Liberatori o contro il nuovo governo non è permessa nessuna critica, nessuna battuta di spirito. Dietro una semplice denuncia gettano in prigione chiunque, senza processo, senza sentenza. Uomini e donne scompaiono senza che si sappia il perché, e le loro famiglie non avranno mai più loro notizie. […] Il nostro paese è circondato da filo spinato; siamo completamente tagliati fuori dal resto del mondo.

 

trilogiaK

1st International Conference of the German Society for Philosophy of Science/Gesellschaft für Wissenschaftsphilosophie (GWP)

The first international conference and kick-off meeting of the German Society for Philosophy of Science/Gesellschaft für Wissenschaftsphilosophie (GWP) will take place from 11-14 March 2013 at the University of Hannover under the title:

How Much Philosophy in the Philosophy of Science?

http://www.wissphil.de/gwp2013/speaker.htm

Symposium: Philosophy of Biology – March, 11th 2013
Emanuele Ratti, Emilio M. Sanfilippo, Federico Boem: “Symposium – Ontology for and from sciences. The ontological analysis of biology”

Abstracts:

Emanuele Ratti, Federico Boem and Emilio M. Sanfilippo: ONTOLOGY FOR AND FROM SCIENCES. THE ONTOLOGICAL ANALYSIS OF BIOLOGY

Emanuele Ratti: MEREOLOGY OF GENES AND GENOME

Federico Boem: The notion of stemness between discrete entities and continuum

Emilio M.Sanfilippo: The Ontological Treatment of Biomedicine

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