Riflettendo su Emil Cioran, Il funesto demiurgo, Adelphi 1986
Il generare è più una questione metafisica che fisica. Un atto – ginnico, con annessi grugniti – che abbiamo appreso dal Creatore. Gli umani disponiamo, per natura, di organi furbescamente battezzati “apparati riproduttivi” e crediamo che sia “natura” metterli in moto per generare, per continuare l’impresa che porta il nome divino e aggiungere qualcosa alla sua creazione. È l’impronta divina a spingerci a procreare: coppie di individui che perpetuano la specie, non nell’appetito di vivere ma nel gusto della discendenza – si ri-vive non in un altro mondo ma nella memoria. E quale dio poteva creare? Di certo non un dio buono, eterno e onnipotente, giacché la natura dei suoi stessi attributi esclude ogni atto, ma un demiurgo cattivo, funesto e creativo. E l’inganno del creatore sta nel duplice fatto che, sebbene il mondo non sia stato creato nella gioia, si genera nel piacere: “La sua funzione [del piacere] consiste nel dare il cambio, nel farci dimenticare che la creazione reca in sé, fino nei minimi particolari, il segno della tristezza iniziale da cui è scaturita” (p.21); e che è perfino troppo facile generare, pensando alle sue irrimediabili conseguenze: “Del resto perché [l'evoluzione] avrebbe dovuto darsi da fare se quella in corso funziona pienamente e conviene a tutti?” (p.21).
Il timore di vedere estinguersi l’umanità non ha nessun fondamento: qualunque cosa accada, ci saranno dovunque degli scimuniti che chiederanno solo di perpetuarsi; e se perfino loro finissero col sottrarvisi, si troverà sempre qualche coppia nauseabonda che si presta a farlo (p.19)
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Curiosità (da wikipedia): Il Bogomilismo fu una setta eretica cristiana, sorta nel X secolo come derivazione dalla setta affine dei pauliciani che si erano trasferiti nella Tracia e successivamente in Bulgaria. Successivamente si sviluppò nel XIII secolo anche in Serbia e Bosnia. Il bogomilismo rappresentò uno sviluppo del dualismo orientale, che riteneva che la realtà fosse retta da due principi bene e male ed influenzò la nascita e lo sviluppo del movimento dei catari.
La profonda ostilità per le dottrine e le pratiche dell’ortodossia bizantina è evidenziata dal netto rifiuto alla liturgia ortodossa: all’insieme delle preghiere e dei salmi veniva sostituita la semplice recitazione del Padre Nostro, considerata l’arma più potente contro Satana, ripetuto quattro volte di giorno e quattro di notte; la liturgia battesimale era rimpiazzata dalla sola imposizione delle mani.
Era vietato ogni tipo di contatto con la carne: il matrimonio e la procreazione erano rifiutati dagli adepti all’eresia perché attraverso il coito si perpetrava il mondo materiale di Satana. La loro ripugnanza era tanto forte che avevano l’abitudine di sputare e tapparsi il naso ogni volta che incrociavano un bambino in età da battesimo.
I fedeli non potevano inoltre mangiare animali, anch’essi frutto del coito, e digiunavano nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì.
Anche bere vino era vietato: la distribuzione di vino da parte del Cristo alle nozze di Cana era considerata una mistificazione e come tale era ignorata.
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Sputare come i bogomili forse è troppo, ma pensare l’atto non è mai abbastanza.


Meditazioni benedettine IV
Affascinato dal viaggio nel tempo, questo bizzarro animale curioso, che è l’uomo, ne inventa di cose: che voglia farsi padrone dei giorni e sostituirsi ad Apollo, per prendere il suo posto a guida dell’auriga?
Se guardasse meglio lo stato di cose, che circonda il suo sguardo, si accorgerebbe che viaggia già nel tempo: i suoi organi fisici sono forgiati nella fucina dei secoli; il suo linguaggio è la lingua che fu parlata innumerabili tempi addietro; la sua cultura, la sua religione, la sua “ragione” e i suoi valori sono libri in cui la polvere delle cose si è stratificata e se si guardasse allo specchio vedrebbe in un solo istante il tempo che è stato, quello che è e, dopotutto, quello che sarà.
Esiste un luogo, un mondo possibile, in cui il passato ri-esiste? Verso dove vanno i pensieri che abbiamo patito, le esperienze che abbiamo vissuto, con tutto quel carico di ansia e preoccupazione? C’è un luogo in cui tutto continua ad essere?
E’ nell’uomo che il tempo dimora: nella coscienza umana il tempo si specchia.
[...]
Che trama è questa
del sarà, del sé, del fu?
Che fine è questo
per il quale corre il Gange?
Che fiume è questo la cui fonte è inconcepibile?
Che fiume è questo
che trascina mitologie e spade?
E inutile che dorma. Il fiume scorre
Nel sonno, nel deserto, in una grotta.
Il fiume mi rapisce, io sono il fiume.
Fatto fui di labile materia, di misterioso tempo.
Forse è in me la sorgente.
Forse dalla mia ombra
fatali e illusori, sorgono i giorni.
Borges, Eraclito