Digiuno d’estetica e smarrito tra il bello, segnalo un articolo interessante pubblicato sulla rivista Applied Ontology, nel quale gli autori discutono sulla possibilità che un’ontologia possa essere bella e su quali criteri la rendano tale.
In Is there beauty in ontologies? Mathieu d’Aquin ed Aldo Gangemi sostengono che un’ontologia possa essere considerata”bella” se soddisfa i criteri dell’usabilità (usability), dell’efficacia pratica (praticability) e del rigore logico-formale (good in terms of formal qualities).
A discapito di equivoci in questo contesto un’ontologia è un artefatto ingegneristico (engineering artefact) fondamentalmente utilizzato per disambiguare/standardizzare il significato di diversi concetti, in un linguaggio leggibile ed interpretabile da un qualsiasi computer, all’interno di una determinata comunità di agenti. In tal senso, un’ontologia può essere definita un artefatto cognitivo (knowledge artefact), dato che rappresenta un determinato sistema di conoscenze in linguaggio logico-formale. La struttura di un’ontologia è, dunque, al tempo stesso sia sintattica che semantica.
In tal senso, un’ontologia deve necessariamente soddisfare determinati criteri logico-formali (direi che qui s’intende la necessità modale: se x è un’ontologia, allora in tutti i mondi possibili x deve avere una determinata struttura logica così-e-così fatta); dev’essere efficiente per determinate funzionalità all’interno di un determinato contesto e dunque spendibile dal punto di vista pratico, nel senso che essendo parte di un software creato per specifiche ragioni, deve soddisfare i bisogni degli utenti nell’eseguire determinate procedure.
L’articolo di d’Aquin e Gangemi mi pare particolarmente interessante non tanto per l’applicazione del concetto di bellezza alla pratica ingegneristica dello sviluppo ontologico (ad essere sincero ho ancora una sorta di diffidenza nell’associare il concetto di bellezza alla pratica scientifica), piuttosto perché s’inserisce nel dibattito sulla valutazione delle risorse ontologiche (ontology evaluation) in maniera nuova. Di fatti, già da qualche tempo gli ontologi lavorano allo sviluppo di criteri di valutazione per le ontologie; qualcosa che suggerisca ai ricercatori quando un’ontologia possa essere considerata ben fatta. Si consideri, per esempio, che il Semantic Web Search Engine (Swoogle) contiene 10,000 ontologie ed è stato aggiornato l’ultima volta nel 2007. Quante risorse ontologiche potrebbe oggi contenere? Cercare un qualsiasi termine significa (letteralmente) naufragare nel caos semantico: “head” ricorre 1.071 volte, ci sono cioè in Swoogle 2007 1.071 descrizioni ontologiche di “head”. Come si dovrebbe riuscire a capire quali di queste risorse sono “ben fatte”?
La valutazione delle ontologie è particolarmente problematica per molteplici ragioni . Per farla breve: se un’ontologia è la rappresentazione computazionale di una determinata porzione della realtà tramite un determinato sistema conoscitivo, non è per niente facile mettersi d’accordo su come fare tale rappresentazione. In “Is there beauty in ontologies?” gli autori sostengono che il processo valutativo sia stato fino ad oggi per lo più concentrato sulla struttura formale delle ontologie, lasciando da parte l’idea delle ontologie come “modelli della realtà”, il cui sviluppo ingegneristico è inevitabilmente legato ad esperienze soggettive e determinate assunzioni teoretiche. Tale valutazione, allora, dovrebbe basarsi sullo studio di quelle ontologie che sono logicamente consistenti, semanticamente coerenti, praticamente spendibili e funzionali, per vedere come esse sono state sviluppate ed eventualmente prenderle come modelli di riferimento.
L’ingegneria ontologica è una disciplina nuova che per il momento si sta misurando con il problema di definire rigorosamente il suo metodo. Un’approccio multidisciplinare che consideri le ontologie come l’applicazione dell’ontologia formale filosofica alla scienza dell’informazione è senza dubbio un buon punto di inizio (cfr. Nicola Guarino, Formal Ontology and Information Systems)








