“L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili” di Francesco Berto

Cosa diciamo quando facciamo affermazioni esistenziali su Uma Thurman, su Vulcano (il pianeta di Le Verrier), su Nettuno, su Napoleone o su Atlantide? E su cosa è impegnata l’espressione “c’è” in frasi come “c’è almeno uno studente in quest’aula”, o “ci sono tanti libri sopra il mio tavolo”? Con L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili Francesco Berto affronta il problema ontologico costruendo capitolo per capitolo una tenace teoria avversa all’idea che tutto esiste e in favore di una prospettiva di stampo meinonghiano.
Il testo, intelligente e ironico nel pieno stile di Berto, gravita attorno il senso dell’essere e la pubblicazione si aggiunge alle altre edite negli ultimi tempi sull’ontologia nel nostro paese, che pur restando notevolmente in ritardo rispetto il resto del mondo filosofico (avete mai sentito parlare di ontologia applicata? E di mondi impossibili?), sembra cominciare la sua lenta corsa verso tali studi.
Berto è molto chiaro e il suo prologo (Un problema da nulla) è già tutto un programma: obiettivo è far terra bruciata attorno l’idea che dire qualcosa significhi dire la sua esistenza. Secondo il “paradosso del non essere”, infatti, per negare l’esistenza di qualcosa occorre riferirsi a quella cosa (prima premessa), ma se ci si riferisce a qualcosa, quella cosa esiste (seconda premessa), dunque per negare l’esistenza di qualcosa, occorre che quella cosa esista (conclusione). In tal mondo nessun enunciato esistenziale negativo è vero: se fosse vero, infatti, non esisterebbe ciò di cui si sta affermando la non esistenza e dato che tale affermazione non avrebbe alcun riferimento, sarebbe priva di senso. Da ciò segue la celebre tesi che “Tutto è”, in temi antichi attribuita al venerando Parmenide e in tempi più recenti ai filosofi della “received view” (Frege, Russell, Quine, Searle …). Eppure non necessariamente le cose stanno in questi termini: per dirla con Nathan Salmon, avere proprietà è metafisicamente inevitabile – più della morte e delle tasse. La possibilità di riferirsi a cose che non esistono, la famosa tesi del filosofo austriaco Alexius Meinong (il personaggio del libro), diventa piuttosto concreta. Gandalf è un vecchio stregone dalla lunga barba, Babbo Natale è buono e Sancho Panza è il fedele scudiero del valoroso eroe della Mancha, don Chisciotte. E questo perché essere un oggetto non ha niente a che fare né con l’esistenza , né con il pregiudizio a favore dell’esistente, che vuole la cosa esista affinché sia possibile il darsi del significato.
L’esistenza non è – come vorrebbe Quine sulle orme di Russell – ciò che un quantificatore logico è capace di catturare in enunciati del tipo: “Esiste una x tale che x pegasizza”, “Non esiste alcuna x tale che x sia un quadrato e x sia un cerchio”; e ciò significa per Berto che non è logica, ossia non può essere determinato cosa esiste in relazione a quantificatori logici. Cosa significa allora che “Pegaso non esiste”, mentre io sto qui a digitare tasti? Il problema non è così semplice e Berto assume l’idea di un principio di causalità (si potrebbe dire) “ingenuo”: esistere significa essere dotati di poteri causali (Alexander). Non si tratta di una definizione, né di una condizione necessaria e sufficiente ma di quel principio comune per il quale sarebbe possibile prendere una pizza con Uma Thurman ma non con Gandalf, giocare a scacchi con Giorgio Napolitano ma non con George Washington, semplicemente perché né Gandalf, né Washington attualmente esistono. Sono? Di certo non esistono e bisogna intendersi sul loro senso d’essere. E se non tutti gli oggetti esistono, non tutte le proprietà sono “existence entailing”, portatrici di esistenza: se Giorgio Napolitano pensa Berlusconi, non necessariamente Berlusconi esiste, ma se Berlusconi calcia Giorgio Napolitano, necessariamente Napolitano esiste, altrimenti non potrebbe essere calciato.
Non che il meinonghianismo sia privo di problemi, anzi buona parte del libro è dedicata alle difficoltà di questo approccio alla questione ontologica e tra le varie forme di meinonghianismo filosofico Berto adotta quello modale, che ha le sue origini da certe intuizioni di logica modale e da certi assunti del logico americano Graham Priest. In linea generale, un oggetto impossibile o inesistente nel nostro mondo attuale esiste in un mondo possibile/impossibile: dire che “Pegaso esiste”, o che “Esiste il quadrato rotondo” non è una banalità metafisica, o qualcosa di assolutamente falso. L’impossibile è, infatti, concepibile, dal momento che la concepibilità non implica la possibilità e così come esistono mondi possibili, esistono anche mondi impossibili.
Berto promette un L’esistenza non è logica II – sempre ammesso, a detta dell’autore, che ne abbia tempo e voglia – nel quale però dovrà cercare di superare alcune difficoltà essenziali, forse non troppo discusse in questo primo testo: 1) far luce su quel dubbioso principio di causalità ( in fondo facciamo metafisica e un principio metafisico è valido per tutti gli enti, mentre quello di causalità sembra applicabile al ristretto novero degli oggetti materiali: come considerare il peso ontologico delle ideologie, dei documenti o di entità come stati e nazioni? Come giustificare la capacità di retroazione di tali cose?); 2) sui problemi del meinonghianismo modale che, per quanto Berto ne dica, sembra un aggiustamento ad hoc dei suoi assunti ontologici.
In tempi in cui si parla di crisi finanziarie e morali, in cui le statistiche dicono cosa mangiare e comprare non farebbe male leggere un libro che riflette sul cosa significa essere un oggetto, sull’essere e sull’esistenza. Un esistenza in termini logici dopotutto.

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3 Commenti

  1. Luigi Pavone
    Pubblicato 9 luglio 2010 alle 17:41 | Link Permanente

    Caro Emilio,
    è vero, il libro di Berto è interessante. Proprio intorno alle tematiche che affronta, ho avuto un breve scambio epistolare con l’autore (se vuoi ho qualche suo articolo inedito). Provo a riassumerti il punto. Vedi, la presentazione di Berto è apertamente di parte, come saprai. Ma anch’io sono di parte, nel senso che pur riconoscendo l’eleganza e lo sforzo teoretico dei meinonghiani, propendo dalla parte degli attualisti (lo so, è una parolina che Berto non usa nel suo libro, ma è all’attualismo che egli si riferisce quando parla di concezione parmenidea dell’essere, o di received view). A me piacciono i filosofi che distinguono piuttosto che quelli che uniscono (o confondono?), e trovo filosoficamente raffinata la distinzione tra il “parlare di…” e il “riferirsi a…”. Altro è il parlare di qualcosa, altro è il riferirsi a qualcosa, nel senso che è perfettamente possibile parlare di qualcosa senza riferimento, anche se non è possibile riferirsi a qualcosa e non parlarne. Ora, mentre gli attualisti ritengono questa distinzione, i meinonghiani no. Per il meinonghiano parlare di qualcosa significa riferirsi a questo qualcosa. Io penso che questa posizione sia grossolana.

    Tu scrivi, citando Bertro suppongo:

    “infatti, per negare l’esistenza di qualcosa occorre RIFERIRSI a quella cosa (prima premessa), ma se ci si riferisce a qualcosa, quella cosa esiste (seconda premessa), dunque per negare l’esistenza di qualcosa, occorre che quella cosa esista (conclusione)”.

    A me pare che per negare l’esistenza di qualcosa sia sufficiente PARLARE di quella cosa. Prova a sostituire “parlare” a “riferirsi” nella prima premessa (solo nella prima premessa), vedrai che la conclusione ne risulterà compromessa. Una obiezione più micidiale che possiamo rivolgenre al meinonghismo modale, quello sostenuto da Berto negli ultimi capitoli, riguarda l’argomento modale di Kripke, ma temo che il discorso si stia facendo lungo…

    Luigi Pavone

  2. admin
    Pubblicato 10 luglio 2010 alle 09:35 | Link Permanente

    Caro Lugi,
    sono davvero molto contento di questo tuo intervento sul sito a proposito del testo di Berto. Le tematiche ontologiche – come avrai capito – mi interessano molto, anche se ne so davvero poco. La proposta ontologica che Berto riprende da Meinong mi sembra molto interessante, se non altro, proprio per la critica serrata all’idea che tutto esiste, tutto è: per certi versi non mi sono mai piaciute affermazioni di tal genere (“Tutto è”: e allora?Che cosa ne facciamo di questo tipo di affermazioni?). L’idea della predicazione separata dall’esistenza di Nathan Salmon, sembra davvero fare al caso: dire qualcosa non significa dire la sua esistenza. Se dico “Pegaso”, non dico che “Pegaso esiste”, ma ciò non toglie che sia un termine dotato di significato. Ed è proprio attraverso quest’idea che Berto attacca i presupposti del “paradosso del non essere”.
    La distinizione tra “parlare di…” e “riferirsi a…” è davvero interessante, oltre che molto sottile. Tu certamente avrai colto molte più sfumature del testo rispetto a me, ma Berto non pone, per certi versi, anche lui un tipo simile di differenza? Dire qualcosa non significa dire la sua esistenza, giacché un oggetto non esiste necessariamente e ciò non toglie che stiamo riferendoci a quella cosa (Pegaso nel caso nostro).

    Poi, lasciando perdere l’intenzionalità mentale, parlare di qualcosa non significa riferirsi a quella cosa?

    grazie ancora

  3. Luigi Pavone
    Pubblicato 10 luglio 2010 alle 15:47 | Link Permanente

    Parlare di qualcosa e riferirsi a qualcosa sono entrambi fatti linguistici, entrambi inoltre sono intenzionali. Tuttavia, il riferimento implica una relazione extralinguistica tra il linguaggio e il referente che il semplice parlare non comporta. Se riesco effettivamente a riferirmi all’oggetto O e poi dico che O non esiste, sto affermando che quella relazione extralinguistica, che fonda il riferimento, e di cui O è uno degli argomenti, non sussiste, dal momento che O stesso non sussiste. Questo è semplicemente contraddittorio e dunque ha senso dire che tutti gli enunciati esistenziali negativi particolari, in cui il soggetto riesce a riferirsi a qualcosa, sono falsi in maniera triviale. Ma esistono enunciati esistenziali negativi particolari in cui il soggetto non riesce a riferirsi effettivamente, e relativamente a questa classe di enunciati possiamo affermare che non tutti sono falsi in modo triviale, alcuni sono veri. Se parlo di Babbo Natale, nessuna relazione extralinguistica tra il linguaggio e il referente (Babbo Natale) è implicata, e dunque posso tranquillamente affermare che Babbo Natale non esiste senza con ciò incappare in qualche contraddizione. “Babbo Natale”, infatti, è significante indipendentemente dalla sua effettiva capacità di riferirsi a qualcosa. Certo, se partiamo dal presupposto che significato = riferimento, allora porre “Babbo Natale” come significante significa porlo come referenziale. Ma non siamo obbligati ad accettare l’equivalenza significato = riferimento, anzi ormai è un dato acquisito la sua negazione. Quella straordinaria intelligenza filosofica di Quine aveva perfino avanzato l’ipotesi che il meinonghiano sia addirittura incapace di distinguere il significare dal riferirsi.

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