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“La caduta nel tempo”, di Emil Cioran
La caduta secondo Cioran.
Tormenti meditati su La caduta nel tempo
Tessere una trama logica del testo di Cioran sembra essere assolutamente contrario a quello spirito apolide che lo scrittore rumeno non disdegnava di far emergere in ogni scritto: proprio di nessuna metafisica, dunque, a rigore, di nessuna logica. L’opera ne sembra investita da antinomie irriducibili, che solo nella comprensione del libro come percorso di patimento e angoscia possono “svelarsi”, o almeno mostrare la loro autenticità. Non a caso Cioran stesso in un’intervista con François Bondy disse di non aver mai scritto se non in preda a cafard, termine francese forse intraducibile designante quella noia derivante non dall’assenza di un’occupazione, ma dall’esperienza del non senso, del vuoto dell’universo e della vita in esso contenuta (cfr. Emil Cioran, Un Apolide metafisico. Conversazioni, Adelphi, p.14).
È una strana ragione quella per la quale la natura ha dispensato alcune anime dal tormento del pensare la morte. Il problema non è che i più non sappiano di morire, piuttosto quello che soltanto in alcuni tale sapere si trasformi in coscienza piena e raggiunga quel grado di consapevolezza terribile, opprimente, soffocante. È d’altra parte innegabile che tale consapevolezza diventi peculiare soltanto negli esseri, in qualche forma, “pensanti”, da cui segue che gli animi dispensati dal pensare la morte non siano pensanti. Che i più non siano pensanti.
Questo denso e breve “saggio” di Cioran mi pare essere un costante affronto sulla dignità del sapere e sulla volgarità dell’ignoranza. Intendiamoci: del sapere sé, non del sapere altro.
L’inquietudine prima da cui prende le mosse il testo si svela in tutta la sua irruenza nel primo rigo: «Non è bene che l’uomo si ricordi a ogni istante di essere uomo» e procede con una rilettura, non laica né atea ma interamente presente nell’ottica del pensiero cristiano, della creazione, in particolar modo del luogo occupato dall’uomo, del suo essere stato voluto da Dio a sua immagine e somiglianza nel Paradiso celeste, spazio per ogni beatitudine. È come se – per Cioran – una pesante maledizione si fosse abbattuta sul nostro antico progenitore Adamo, giacché, allettato dal conoscere, si volse verso l’Albero della vita, infrangendo l’ordine divino «con un’infedeltà al dono dell’ignoranza che il Creatore ci aveva elargito» (p.13). Dio – restando a Cioran – non era il sadico creatore di un animale ignorante, piuttosto aveva preservato l’uomo dal sapere e dal sapersi, dispensato non solo dalla morte ma dal sapere la morte. Aveva donato a questo bizzarro essere la possibilità di pascersi nell’ozio, di non pensarsi: era Dio il suo custode. Dio. L’errore divino fu fare l’uomo non una creatura al pari delle altre, ma un compagno, un essere che potesse avere qualcosa di simile al creatore: come il Demiurgo, non potendo imitare l’immobilità eterna delle idee, creò il tempo, così Dio, non potendo creare un altro sé (due infiniti non si sarebbero definiti vicendevolmente?), creò un essere eterno la cui massima aspirazione era la conoscenza. Ma per un avventuriero, per un esule, per un nomade, per un disadattato, la felicità non poteva coincidere con la stasi e la permanenza, bensì col mutamento. L’eterno e continuo divenire delle cose. All’uomo non interessava l’immortalità, tutt’altro: voleva morire perché nella morte sapeva risiedere il mutamento. È come se Dio, l’Onnipotenza, avesse innestato nella sua creatura una luce funesta: l’aspirazione al sapere, il baratro dell’Inquietudine. La condanna divina alla trasgressione umana non fu la caduta nel tempo, ma l’aver fatto dell’uomo un individuo:
L’individuo non è – secondo Cioran – la magnificenza dell’essere: ne è la sua incrinatura, la sua distorsione. Non solo percepiamo il “fatto bruto” di esistere, ma perfino di essere uomini, contro il sonno beato delle cose. A ragione Cioran – confrontando l’uomo con Dio – può dire che l’umano, come individuo, è il grande transfuga dell’essere, colui che ha «disertato le proprie origini, barattato l’eternità con il divenire» (p.18).
Come è chiaro, si è ben lontani da una banale forma di pessimismo sulla vita: se gli individui «meritano il loro tormento per aver cercato un tema torturante [il senso delle cose]» (p.27), incapaci di pensare altro fuori dalla morte, ossessionati e oppressi, non bisognerebbe dimenticare che per Cioran «non si è mai tanto uomini come quanto ci si rammarica di esserlo». Non è quel vecchio detto elevato a credo filosofico per cui pensare la morte equivarrebbe a esorcizzarla, trasformare la paura primitiva in antidoto. Piuttosto una sorta di rivalsa dell’individuo che sa di dover morire, un fare della morte non un altro da sé ma un se stesso. L’anomalia non è la morte ma la vita: non è l’essere a comprendere in sé il non essere, piuttosto il non essere a comprendere in sé quella parte anomale che l’essere rappresenta. La morte è la vita stessa: è la dimensione entro la quale gravitiamo, l’ombra che si nasconde dietro ogni parvenza, giacché tutto è parvenza.
Dimenticare che siamo per non esserci è aprire il problema metafisico dell’immortalità, negare ciò che siamo, ossia i militanti del non essere, coloro che hanno preferito dissertare l’essere piuttosto che scendervi a compromessi.
Resta dopotutto da capire come Cioran intenda il sapere: «non è bello indugiare sotto l’Albero della conoscenza» (p.126), «guai a coloro che sanno di respirare» (p.27), «percepiamo l’anomalia del fatto bruto di esistere» (p.11) e al contempo «non si è mai tanto uomini come quanto ci si rammarica di esserlo» (p.27). Eravamo fatti per godere dell’ambrosia celeste, déi minori, in un certo senso. Si è preferito il tormento: ne scontiamo la pena, precipitati nel tempo.