Prometeo

da Eschilo, Prometeo incatenato, Garzanti

DOMINIO

Ci siamo: siamo giunti al remoto territorio del mondo, su questo spiazzo, ultima costa Scizia. Disumani, vuoti silenzi. Efesto, forza: fa’ tuo l’impegno che il Padre ti diede, piantare alle rocce, ai picchi d’abisso quel disperato – guardalo – tra blocchi senza spiragli, di nodi d’acciaio. La gemma ch’è tua, la fiamma lucente radice di industrie, lui l’ha carpita, l’ha fatta compagna dell’uomo. Eccolo, il suo delitto: è dovere che ne sconti il castigo agli dèi. Gli serva da scuola, per farsi devoto a Zeus Padrone, per spegnere quel suo amoroso tendere all’uomo

[…]

PROMETEO

Rapido – s’era allora insediato sul trono del padre – di volo spartiva i poteri, il proprio a ciascuno dei numi, e pensava a inquadrare, fila per fila, il suo impero. Degli uomini invece – dolente miseria – non volle saperne. Aspirava a dissolverne il ceppo, a fondo, a trapiantarne una fresca semenza. Nessuno provava a resistergli, in questo: io solo. Io, temerario, io volli salvare i viventi, che non finissero – polvere sfatta – sottoterra, da Ade. Per questo m’inarca il tormento, soffrire che lacera, da piangere forte a vedermi. Io sì, io ho pianto – fu mia quella scelta – sugli esseri umani: fortuna – il compianto – che a me, troppo vile, è stata negata. Così eccomi, rimesso in riga senza pietà: spicco, vivido sfregio all’onore di Zeus.

[…]

Sentite invece che dolori in mezzo ai viventi, creature puerili a quei tempi. Io li formai: riflessivi, sovrani del loro intelletto. […] Anche prima di me guardavano, ed era cieco il guardare; udivano suoni, e non era sentire; li vedevi, erano forme di sogni, la vita un esistere lento, un impasto opaco senza sdegno; non sapevano case – trame di cotti mattoni – inondate di sole, né il mestiere del legno; l’alloggio era un buco sotterra – come formiche sul filo del vento – nel seno di grotte cieche di sole. […] Se l’uomo piombava infermo, nulla gli faceva da scudo, né alimento, né pozione, né balsamo. Sempre più secco, scavato: disperato dal bisogno di cure. Finché venni io a indicare gli amalgami, i composti che alleviano, fanno barriera a qualunque malanno […]. Poche parole a dirti intero il concetto: fonte di tutte le scienze ai viventi è Prometeo

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Maledetto titano: volendo salvare l’umana stirpe dal suo tremendo destino, l’hai dannata a irreparabile sventura. Incatenato a una rupe desolata, ghiacciata, ai confini del mondo, piangi la sventura del tuo amore per gli uomini. Sconti la pena di avergli negato la felicità del non sapere della propria esistenza. Lui che era per godere del dono dell’ignoranza, tu lo hai avvinghiato nel tempo.

Non si è mai tanto uomini come quando ci si rammarica di esserlo. E tale rammarico, una volta che si impadronisca di voi, non c’è modo di eluderlo: diventa inevitabile e pesante quanto l’aria … Certo, i più respirano senza rendersene conto, senza rifletterci; ma che manchi loro il respiro un giorno solo e vedranno allora come l’aria convertita a un tratto in problema, li ossessionerà in ogni istante. Guai a coloro che sanno di respirare, guai ancor più a coloro che sanno di essere uomini. Incapaci di avere in mente altro, ne saranno ossessionati e oppressi. Ma essi meritano il loro tormento, per aver cercato, avidi di insolubile, un tema torturante, un tema senza fine (Emil Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi p.27)

È una strana ragione quella per cui la natura destina alcune anime al tormento, “avide di insolubile”, altre alla felicità, leggiere.

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