Libri

Sicché se gli uomini filosofarono per fuggire l’ignoranza, è evidente che cercarono il sapere per il conoscere, e non per trarne un utile. Né è prova ciò che è accaduto: infatti quando ormai possedevano tutte le cose necessarie e quelle occorrenti per un’esistenza confortevole e piacevole, gli uomini cominciarono a esercitare questo tipo di intelligenza

Aristotele, Metafisica, I, 1, 982 b 10-30

A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo.

Emil Cioran, Un apolide metafisico

Leggendo

"L'esistenza è l'unica proprietà irriducibile di cui tutto gode"

"I cinesi. Quei maledetti cinesi che hanno inventato la giunzione neurale...Darei un occhio per un lavoretto sui nervi.."

Letture

  • Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno

Un tempo mi dissero che il pensiero di questo folle, che alla fine del suo tempo abbracciò un cavallo piangendo, consisteva di due parti. E diversamente da Wittgenstein, che disse di aver scritto il Tractatus in due parti e la più importante era quella non scritta, quelle erano proprio scritte. La magnificenza di quest’uomo fu tale, infatti, da permettergli di scrivere qualsivoglia pensiero, considerazione, per quanto dura e cruda potesse essere.
Delle due parti la prima consisterebbe in una sorta di nichilismo distruttivo e la seconda in quel risorgere dalle ceneri che doveva permettere al filosofo tedesco di rifondare il pensiero per poi “ricostruire”. Ma cosa? Quello che aveva distrutto? Su nuove basi si presume. E mi venne detto che Nietzsche fallì proprio nel “ricostruire”. La follia lo colse e passò gli ultimi anni della sua vita tra il deliro e una sorella che gli confezionava le opere a puntino.
Basterebbe aprire il Così parlò Zarathustra e rendersi conto di quanto tutto sia profondamente falso. Ma poi ricordo a me stesso che si tratta di Un libro per tutti e per nessuno – come recita il sottotitolo – e mi meraviglio (non tanto) di quanto Nietzsche avesse ragione.
Il nichilismo nietzscheano, contrariamente a quanto si pensi, è il trionfo della vita, della passione, del patimento, del corpo. È quel giovane pastore che liberatosi dalla stretta atroce del serpente, ne sputa lontano la testa e «circonfuso di luce [ride]. Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!». Il nichilismo nietzscheano è il trionfo della volontà: non è cammello costretto a portare su di sé l’eredità grave che il tempo gli consegna; né leone, feroce distruttore. È fanciullo che gioca, pensa, immagina e, sopra ogni cosa, vuole. Non lascia che gli altri gli dicano cosa fare, giacché non sono le cose ad accadere, disordinate. Ma ogni cosa è stata solo perché voluta. “Non così è stato, ma così io volli che fosse”.
E poi, “ricreare”: è proprio quello che Nietzsche non voleva affatto. Se avesse voluto avrebbe scritto un nuovo decalogo, una nuova tavola dei comandamenti per una nuova umanità. Ma questo è il punto: l’uomo è l’animale il cui tipo non è ancora determinato, fissato. E “la strada” non ci viene suggerita da Nietzsche perché “questa” strada non esiste!

Il nichilismo è l’esaltazione del dramma della nostra vita. «

«Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante» ( Adelphi p.5).

Non solo per leggere Nietzsche, ma perfino per saper di vivere.

  • Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

Il breve romanzo di Sciascia è il ritratto crudo e amaro della sicilianità, dell’ignoranza, della parvenza della politica italiana. E’ il ritratto dell’Italia intera. La mafia, prima di essere un’organizzazione criminale radicata nella politica economica dello stato, è il silenzio della paura, dell’omertà, della convenienza e convivenza. È il muto vedere qualcosa che vale la pena dimenticare; che si preferirebbe non aver visto, ma vista deve essere dimenticata. Il giorno della civetta è il tramonto definitivo di una legge e il trionfo della Legge.

Il fallimento dell’indagine e del processo sulla morte di Salvatore Colasberna e la seduta del Parlamento segnano la vita politica di un paese in cui ancora si fa fatica a capire i limiti tra legalità e illegalità. Non importa che il capitano Bellodi conduca magistralmente la sua indagine riuscendo ad incastrare i colpevoli. Importa che a Roma siedano i giusti uomini e gli uomini sono quelli che contano.

Non è necessario che il romanzo si protragga a lungo: tutto è già compiuto quando la politica, da amministrazione della cosa pubblica, diventa amministrazione della cosa pubblica in proprio favore, ossia nasconde dietro la maschera della legalità il fradicio.

  • John Graham Ballard, Crash

L’ibridazione, prima ancora d’essere un affare da ingegneri e robotici ,è una questione antropologica. Lungi dall’attendere tempi in cui gli uomini vivremo con implementati nel corpo componenti meccanici, l’ibridazione è già il vero della nostra società tecnica.

Un’umanità che è in virtù del suo rapporto con i prodotti del suo lavoro e nel romanzo di Ballard perviene ai suoi esiti estremi. Una sessualità arida e fredda capace di esprimersi compiutamente solo nel legame morboso e psichicamente distorto con le macchine, oggetto per eccellenza del piacere erotico.

È la naturale evoluzione di un mondo che abbiamo prodotto e dal quale prendo sempre più le distanze.

Crash è scoprirsi lontani da quei personaggi!

  • Alberto Moravia, La noia

La noia è lungi dall’essere nolontà, assenza di occupazione o divertimento. Essa rappresenta piuttosto il distacco completo dalle cose, incapacità di legarsi a qualsiasi oggetto (dunque anche alle parole); incomunicabilità con il mondo che circonda la persona. Si vorrebbe fare ma non si fa ,semplicemente perché si percepisce il non-senso della cosa.

È distacco totale dalle cose nella sua tenebrosa brutalità.

Noia è scoprirsi indifferenti del mondo.

  • Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte [...]

Non serve nemmeno spalancare bene gli occhi nel buio in quei casi. È orrore sprecato e basta. Ha preso tutto la notte, anche gli sguardi. Si è svuotati da lei. Bisogna tenersi lo stesso per mano, se no si cade. La gente del giorno non ti capisce più. Sei separato da loro da tutta la paura e ne resti schiacciato fino al momento che quella finisce in un modo o nell’altro e allora li puoi finalmente raggiungere questi sporcaccioni che sono tutti in morte o in vita (p.376-377, ed.Corbaccio)

Il disicanto e il cinismo di Céline non sono solo quelli di Bardamu, francese di nazionalità che dopo l’esperienza tragica della Grande Guerra, il Colonialismo-schiavismo africano, il lavoro meccanico in America, si ritira nella sua nazione per darsi alla medicina. È il ritratto di ogni uomo che ha vissuto in fondo la vita, l’ha amata e proprio per questo, in fondo, la odia. «Il Voyage è ben altro che l’affermazione di un pessimismo cosmico – come afferma Ernesto Ferrero: è un romanzo potentemente comico, in cui farsa e tragedia si mescolano continuamente, in cui la rappresentazione dell’abiezione non frena e anzi semmai esalta la vis grottesca, un divertimento più forte dell’incubo».

E ancora: «I suoi scenari prediletti [di Céline] sono, prima ancora che notturni, crepuscolari: i momenti in cui l’oscurità incombente della notte si impadronisce della Senna, delle chiatte, delle case, dei parchi, degli alberi, luoghi deputati del grande impressionismo céliniano, quella zona di nessuno che annuncia un incubo, una sconfitta, o uno smemoramento, ma anche l’inizio di un viaggio iniziatico nell’ombra e tra le ombre (una iniziazione condannata a ripetersi dolorosamente, che non arriva mai a certificare il raggiungimento di una maturità). Che non è soltanto il confronto con le verità insostenibili dell’abiezione e della morte, ma anche la ricerca di una base d’appoggio, di un appiglio, di uno spunto per darsi quel minimo di coraggio e di consapevolezza con cui tornare ogni mattina nel mondo» (Ernesto Ferrero, Céline, ovvero lo scandalo di un secolo, postfazione a Viaggio al termine della notte, Corbaccio 2009)

La nostra vita è come il viaggio
di un viandante nella notte;
ognuno ha sul suo cammino
qualcosa che gli dà pena.

Unser Leben gleicht der Reise
Eines Wandrers in der Nacht;
Jeder hat in seinem Gleise
Etwas, das ihm Kummer macht.

Notre vie est un voyage
Dans l’hiver et dans la Nuit.
Nous cherchons notre passage
Dans le Ciel où rien ne luit.

Thomas Legler 1812

  • Charles Bukowski, Donne

Da dove venivano le donne?Ce n’erano una scorta infinita. Ciascuna di esse era diversa, unica. Avevano la passera diversa, i seni diversi, la bocca diversa, ma nessun uomo poteva godersele tutte, ce n’erano troppe, con le gambe accavallate, a far impazzire gli uomini. Che pacchia! (Tea p.181)

Le avventure di Henry Chinaski – Hank per gli amici – riempiono 303 pagine di alcool, droghe, reading di poesia in tutta America. Ma soprattutto sono le donne e il sesso a riempire quello che la critica vede come il “romanzo più erotico” della produzione di Bukowski. Lo stile è il “classico” bukowskiano, rude, pesantemente volgare, dissacrale al punto giusto.  Tutt’altro che asciutto, banale, superficiale e scontato. Insomma, un classico.
La trama comincia ad essere noiosa quando le storie si ripetono in maniera identica per l’intera estensione del testo e costruite interamente sullo stesso modulo: ubriacatura, incontro con una donna – ogni volta diversa, ubriacatura, scopata diurna e notturna, ubriacatura, fine della relazione (sempre!). Una lettura che – insomma – rischia di annoiare, se non fosse per la diversità di ogni incontro, autenticità, singolarità nella ripetitività.

Ma cazzo, questo è Bukowski. Vita vissuta (si veda la biografia) che si trasforma in una sorta di disimpegno totale,  passività, l’ozio intellettuale dell’alcolismo continuo, delle scommesse ai cavalli e soprattutto della fica, donne, donne e ancora donne. Il romanzo è l’immersione nella vita di Chinaski, « un alcoolizzato che ha deciso di fare lo scrittore per poter restare a letto tutti i giorni fino a mezzogiorno» (Donne, Tea, p.231)  e che sfonda in America passati i 50, grassone con il naso rosso e gli occhi da ubriaco. Un personaggio che guarda il mondo con ironia e non disdegna di vivere anche le situazioni più drammatiche e paradossali con un tocco di comicità. Sempre alla ricerca di nuove emozioni, consapevole che è solo un senso quello che va cercando. Un senso che inganni la morte («La gente doveva trovare qualcosa da fare mentre aspettava di morire» (p.184)). Non a caso  lo sguardo disincantato sul mondo del Viaggio di Céline, viene menzionato più volte nel testo – da notare che Bukowski amava molto Céline, nel cui Viaggio vedeva il capolavoro letterario del Novecento.
É sempre presente un umorismo sottile di critica alla società, che prende spesso il posto dei racconti erotici, delle donne che numerose affollano il romanzo, che interrompe quella pseudo-trama che rischia di diventare ripetitiva. Come a dire ai lettori, “cosa credete, che non sappia cosa pensate? Che non abbia qualcosa da dirvi a parte scopate e alcool?”

La morale era restrittiva, ma si fondava sull’esperienza umana nei secoli. Un certo tipo di morale rendeva a mantenere gli uomini in schiavitù nelle fabbriche, nelle chiese, fedeli allo Stato. Altri tipi di morale erano semplicemente questione di buon senso. La morale era come un giardino pieno di frutta avvelenata e frutta buona. Bisognava sapere quale scegliere e mangiare, e quale lasciare stare (p.259)

E poi l’interuzione allo schema narrativo. É Sara, ancora una volta una donna …

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