Considerazioni su Ontologia del nuovo. La rivoluzione fenomenologica e la ricerca oggi, di Roberta De Monticelli, Carlo Conni
Roberta De Monticelli e Carlo Conni costruiscono Ontologia del Nuovo. La rivoluzione fenomenologica e la ricerca oggi, edito per le edizioni Bruno Mondadori (Milano 2008, pp.272), interamente sul concetto husserliano di “Fundierung”, un concetto che, secondo i due eminenti studiosi, è deputato a salvare l’ontologia, e quindi l’intera realtà, dal taglio occamista che con Quine avrebbe preso la filosofia analitica. Secondo, infatti, l’Husserl della Terza ricerca logica, se un qualsiasi dato A è strutturalmente fondato in B, ciò non implica in alcun modo che A debba essere ridotto a B. B è, in un certo senso, il “sostrato” sopra il quale s’innesta l’emergere di un nuovo, che ontologicamente diverge per una moltitudine di fattori e che, dunque, non può in alcun modo essere ridotto al suo costituente. Se considerassimo un vaso e l’argilla di cui è fatto, il vaso sarebbe chiaramente argilla ma non l’argilla in sé. Possiamo prendere dell’acqua da un bicchiere, ma non bere da una quantità informe d’argilla: il bicchiere è l’emergenza di un nuovo elemento. Se così non fosse non capiremmo perché Michelangelo, si dice, abbia tirato il martello al suo Mosè e non invece a una quantità sommaria di marmo, o perché ci dilettiamo tanto nell’ascoltare musica e non nello studiare le sue frequenze matematiche.
Gli errori capitali del testo sono due: il primo, quello di cercare in tutti i modi di far passare per migliore la propria posizione filosofica, negando validità al resto e, nel caso specifico, additando quei “cattivoni” dei filosofi analitici come responsabili della perdita di identità del reale; secondo, quello di credere che sia ancora non soltanto possibile ma necessario dare un’immagine univoca e monolitica della realtà.
A pagina 29 del testo si legge che, secondo la De Monticelli, oggi sono presenti nella filosofia analitica due posizioni riguardo lo statuto della filosofia: da una parte quella che viene definita “Tesi empirista radicale”, per la quale la filosofia è parte della ricerca positiva e la distinzione tra scienze empiriche e filosofiche è solo sulla generalità dei problemi indagati; dall’altra la “Tesi analitico-concettuale”, per la quale la filosofia non è parte della ricerca positiva, giacché mira solo a stabilire verità a priori sull’analisi dei concetti. Forse la De Monticelli confonde la filosofia analitica con il Neopositivismo del primo Novecento, che distingueva tra enunciati veri in virtù del significato e veri in virtù dati di fatto; sconosce la pubblicazione de I Due dogmi dell’empirismo, l’attività teoretica del secondo Wittgenstein e ignora quella che agli studiosi piace chiamare “l’autocomprensione della filosofia analitica”. Come Putnam, Rorty, Nozick, Hacking, Danto, Cavell e molti altri hanno messo in evidenza, quella fase del pensiero analitico che consistette nella perdita di specificità dell’orientamento analitico, dovuto agli sviluppi extralinguistici degli anni Settanta, grazie all’incontro con la tradizione filosofica europea1. Forse che l’argomentazione sviluppata dalla De Monticelli e Conni è figlia di quella tradizione, tutta europea, che con Dilthey ha visto lo sviluppo di due aree del sapere, “Geisteswissenschaften” e “Naturwissenschaften”, l’una votata alla comprensione del reale, mentre l’altra solo alla sua fredda spiegazione? Una duplice “Weltanschauung” che ha fatto strada nella storia delle idee, che ha causato l’arenamento del sapere a vuote clausole più o meno dogmatiche, impedendo un reale confronto fra i due ambiti disciplinari, che di certo divergono non solo per metodo ma anche per scopi. Eppure ciò non toglie che sia piuttosto sterile.
Forse la De Monticelli e Conni hanno esteso il metodo fenomenologico (Husserl, Merleau-Ponty, poi per certi versi Varela, Maturana), che sta facendo strada per gli studi sulla mente2, opposto alle filosofie eliminativiste e riduzioniste , a tutta la realtà? Forse che esiste ancora la pretesa di definire un metodo universalmente valido d’indagine sulle cose?
Un cattivone “analitico” come Berry Smith, fra i più noti per gli studi metafisici e ontologici, oltre che studioso della fenomenologia husserliana, sostiene come la strategia ontologica messa in atto da Quine non sia indice di riduzionismo, o pretesa di dire il senso ultimo sulle cose e sulla realtà3. Nei limiti del credo ontologico quineano, che Smith non tarda a criticare come vedremo, prende le mosse l’idea che fare ontologia non significhi definire l’essere in senso ampio e generale, ma specificarlo all’interno di un domino (contesto) particolare. Se volessimo costruire delle ontologie per la farmaceutica (ontologia materiale o regionale), allora chiaramente l’aspirina sarebbe nient’altro che acido acetilsalicilico, ma se volessimo dire “cosa è” l’aspirina per la gente, allora dovremmo considerare che quell’acido possa assumere qualcosa di non condivisibile da parte di alcuni soggetti. Certo, allora si pone la domanda fondamentale: ma l’aspirina, cos’è? E proprio qui sta l’errore, nel pensare che esista una risposta ultima, una domanda slegata da un contesto di riferimento, ossia nel tentare di dare risposte definitive sulle cose. Ciò non toglie che l’aspirina sia qualcosa, ma non sarebbe auspicabile definire l’ontologia solo nei termini di dominio specifico, ossia specificando l’essere contestualmente? In siffatta maniera, per ritornare all’esempio precedente, non è necessario considerare il vaso come l‘emergere di un nuovo, ma solo un intendere l’oggetto in un diverso dominio. Si passa, se vogliamo, dalla questione di esaminare l’esistenza a quella di esaminare le imputazioni dell’esistenza stessa. La domanda che l’ontologo viene a porsi non è «Esistono come entità i numeri primi?», piuttosto «Esistono numeri primi compresi tra 12 e 24?». E, volendo fare ontologia, non possiamo trascurare il contributo essenziale delle scienze sperimentali (sarebbe impossibile fare ipotesi sul mentale senza considerare gli studi medico-biologici sul cervello), senza tuttavia aver la minima intenzione di ridurre una cosa all’altra, la statua al marmo, il vaso all’argilla, la mente al cervello. E dagli studi di Achille Varzi sull’ontologia formale, a Maurizio Ferraris sull’ontologia degli oggetti sociali, a quelli di Barry Smith e Nicola Guarino sull’ontologia applicata, viene messo sempre più in evidenza come il riduzionismo sia più un etichetta filosofica che un effettivo metodo di ricerca:
[…] dobbiamo affidarci a ogni stadio ai nostri sforzi migliori – il che significa concentrarsi soprattutto sul lavoro degli scienziati naturali – e procedere con cautela in modo critico e fallibilista da qui, sperando di avvicinarsi progressivamente alla verità con un processo incrementale di costruzione di teorie, critica, verifica e correzione, e anche considerando teorie rivolte allo stesso dominio di realtà, ma a diversi livelli di granularità. Sarà necessario tuttavia guardare oltre la scienza naturale, perché l’ontologia deve comprendere anche oggetti (come società, istituzioni e artefatti astratti e concreti) che esistono a un livello di granularità distinto da quelli che si prestano a una indagine scientifico-naturalistica4.
Si fa strada l’idea che il problema dell’essere non sia quello di trovare una risposta definitiva su uno stato finale,o totale della realtà, una certa forma in vista della quale giustificare o ridurre, che dir si voglia, la ricchezza del fenomenico. È, piuttosto, quella di scegliere una determinata porzione di realtà, un dominio e specificare cosa esiste solo ed esclusivamente all’interno di quel dominio. Qualcosa di cui Quine era pienamente consapevole quando asseriva che «specificare l’universo di una teoria ha senso solo relativamente a qualche teoria di sfondo e solo relativamente a qualche scelta di un manuale di traduzione dell’una teoria nell’altra»5.
Una proposta valida e sollevata da più parti6 è quella di caratterizzare tipologicamente le entità ed esplicitarle in forme tassonomiche7. Anziché risvegliare la “Fundierung”, o il “principio di tutti i principi” della fenomenologia husserliana8, è possibile riprendere l’imperativo della Metafisica aristotelica, lo studio dell’essere in quanto essere, considerando come tipo quel concetto grazie al quale è possibile rispondere alla domanda “cosa è” una determinata cosa (il tipo “libro” è ciò che accomuna tutti i libri, l’essere libro, indipendentemente da questo libro) e poi caratterizzare i tipi in tassonomie gerarchiche. In tal senso l’ontologia non può essere espressa da un singolo albero (da un singolo modulo tassonomico, da una singola descrizione), ma da una vera e propria “famiglia di alberi”, ciascuna tale da riflettere visioni specifiche del dominio in questione a diversi livelli di granularità. Come conciliare, infatti, punti di vista divergenti? La possibilità di prevedere «un approccio modulare in cui i singoli moduli ontologici, corrispondenti a specifici punti di vista o posizioni, siano, per quanto possibile, integrati tramite relazioni formali in una libreria di ontologie»9, appare essere la migliore difesa contro esiti di relativismo estremo che, anziché agevolare “la scienza dell’essere”, finirebbero esclusivamente per minare la ricerca stessa e il presupposto fondamentale del meaning negotiation.
Il fatidico interrogativo che Conni pone a pagina 159, come interrogativo centrale intorno al quale ruota l’intera argomentazione del testo – «Che relazione sussiste dunque fra il nostro mondo, costituito di qualità, valori, proprietà, e il mondo materiale? Che relazione sussiste fra il David di Michelangelo e il blocco di marmo di cui è costituito? – ha quindi senso solo se contestualmente definito. Predicare l’essere significa decidere preventivamente di cosa parlare e la scelta dipende da ciò che vogliamo fare con le nostre teorie.
1Cfr. Storia della filosofia analitica, a cura di Franca D’Agostini, Nicla Vassallo, Einaudi, Torino 2002
2Cfr. Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, a cura di M.Cappuccio, Bruno Mondadori, Milano 2006
3Si tenga presente che non considero le tesi di Quine sul mentale, ma solo il suo generale assunto ontologico. Per delle considerazioni sommarie sul credo ontologico quineano, si veda La strategia ontologica di Quine
4Smith, B., Informatica, in Storia dell’ontologia, a cura di Maurizio Ferraris, Bompiani, Bergamo 2008: p.526
5 Quine, W.O., La relatività ontologica e altri saggi, Armando editore, Roma 1986: p.82
6Cfr. Paolo Valore, L’inventario del mondo. Guida allo studio dell’ontologia, UTET, Torino 2008; Masolo, Guarino et al., WonderWeb Deliverable D18. Ontology Library - disponibile su (http://www.loa-cnr.it/index.html), a cura del Laboratorio di Ontologia Applicata di Trento.
7È doveroso dire che nel testo l’imperativo husserliano del “tornare alle cose stesse”, viene letto dai due autori in maniera molto simile a quello da me considerato sui tipi. Andare alle cose come alla loro forma, al loro tipo.
8Cfr. De Monticelli, Conni, 2008: p.16
9Masolo et. al., 2008: p.8 (corsivo degli autori)

Un Commento
Quando dico che la De Monticelli e Conni vogliano dare un interpretazione univoca del reale, mi rendo conto di essere piuttosto ambiguo, quindi spiegherò meglio cosa intendo.
Evitare “riduzionismi” di ogni sorta è proprio l’obiettivo del testo, che come premesso prende le mosse dal concetto di “Fundierung” husserliano. Ma il punto critico è proprio questo: credere a tutti costi – forzando la realtà – che ci siano scuole di pensiero attuali inclini a dare un’immagine ontologica della realtà in senso monolitico, o riduzionista. Far passare a tutti i costi certe inclinazioni filosofiche come “riduzioniste” o pseudo-filosofiche, come se ci fosse una scienza migliore e una peggiore. Se anzichè guardare i primi sviluppi di un pensiero i cui limiti sono stati più volte messi in evidenza, i due autori avessero dato un occhiata alle pubblicazioni sul problema ontologico negli studi contemporanei, forse non avrebbero mai scirtto il libro. O in ogni caso ne avrebbero fatto un altro obiettivo: di certo non quello di giustificare l’emergere del nuovo — dato che si tratta di un punto che nessuno mette in discussione.
Ecco perché dico che probabilmente i due autori estendono un metodo valido per gli studi sul mentale (tra eliminativismi vari), a tutto il resto.
Consiglio vivamente – se si volesse conoscere qualcosa sull’ontologia – di passare il tempo sul sito del Laboratorio di Ontologia Applicata di Trento (si potrebbe dare un occhiata a D18)