TraVirgolette
Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali (T.W.Adorno)
TagCloud
-
Articoli recenti
TheySaid
- Luigi Pavone su “L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili” di Francesco Berto
- admin su “L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili” di Francesco Berto
- Luigi Pavone su “L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili” di Francesco Berto
- admin su Addio Saramago
- Cateno su Qualcuno ha sparato
- Tommy David su Qualcuno ha sparato
- Valenzia su 22.05.2010
- admin su “Vorspiel und Tanz”
AllAboutMe

“Nei luoghi oscuri della saggezza. Le origini rimosse della civiltà occidentale” di Peter Kingsley
Premesse[1].
Aprire un testo il cui argomento principale si presume essere il pensiero parmenideo significa per una grande maggioranza dei casi introdursi all’ontologia filosofica e alla logica moderna, ossia in entrambi i casi al cuore stesso della filosofia come scienza dell’essere e del linguaggio. Leggere il titolo e sottotitolo del testo di Peter Kingsley, Nei luoghi oscuri della ragione. Le origini rimosse della civiltà occidentale, è già fin troppo chiaro. È un testo che parte da Parmenide e arriva a Parmeneide; parte dalla grecità intesa dal nostro tempo e arriva alla Grecia antica, attraversa un luogo che non è un luogo e un tempo che è tutti i tempi.
È un testo che vuole considerare il filosofo di Velia qualcosa in più della mera elevazione a padre della logica moderna: Parmenide è padre di una cultura celata, pervenuta all’occidente soltanto mediata dal filtro platonico. Ecco perché leggere Kingsley è credere di trovare un’introduzione alla filosofia e trovarvi le radici rimosse della filosofia stessa. Quella rimozione che ci ha reso ciò che siamo e che è dunque necessario riscoprire. Se il rimosso non avesse peso allora non importerebbe alcuno studio, alcuna lettura, alcuna azione volta a capire le sue ragioni – quotidianamente rimuoviamo una serie di fatti accidentali e contingenti che dimenticati tacciono nell’oblio della nostra memoria, così come tace la storia di tanti uomini non stigmatizzati nelle enciclopedie storiche.
Considerazioni immediate: o il testo tratta della solita (ri-)lettura (post-)moderna che vuole partire da un classico della storia della filosofia per forzarlo nelle categorie del suo pensare, o tutto quello che fino a oggi abbiamo preteso e pretendiamo di sapere è una grande “ri-lettura”, una storia ben congeniata. È come se sentissimo raccontare la storia il cui racconto ha volutamente ristrutturato la storia stessa. Cosa poco insolita in fondo. Ma ad essere in gioco non è solo l’idea errata dello sviluppo culturale che abbiamo sempre nutrito; in gioco è la nostra vita, il concetto di filosofia nelle radici più recondite della sua nascita, le origini del pensiero di cui ogni giorno predichiamo ignorando il peso della rimozione.
Il mio sentire impetuoso si scalda: ancora una volta dobbiamo decidere di cambiare rotta, ripensare un pensiero che voglia nella sua teoresi essere atto e potenza, vita vissuta. Allora ancora una volta giù il sipario, silenzio in sala. Gli attori sono pronti, la farsa è pronta: si comincia.
Come ogni buon regista e attore di buon senso sa, l’inizio dello spettacolo è sempre quello più problematico. Il pubblico è assorto nei suoi pensieri e nel suo chiacchierare, ancora proteso a chiedersi se ciò a cui assiste sia finzione o realtà. Giustamente Aristotele vedeva nel teatro il perfetto strumento catartico, come a dire che se non tutti gli uomini sono fatti per il pensiero – dunque per la vita – la partecipazione all’opera teatrale (tragedia, genere per eccellenza nel mondo greco) permetteva all’individuo la liberazione dalla sue inquietudini. E Kingsley è un ottimo regista, consapevole dell’indottrinamento ateniese dei suoi lettori e dunque è proprio lì che torna, come luogo in cui la verità divenne menzogna. È nella storia che le nostre inquietudini prendono vita e ci tormentano.
Focea, 540 a.C. circa. I persiani cominciano quella lenta penetrazione nel mondo greco che a breve porterà le due civiltà a scontrarsi per il domino assoluto. I Focei sono i primi a subirne l’attacco e nella prospettiva di una repentina fuga viene chiesto all’oracolo di Apollo il volere del dio. È necessario che si costruisca un tempio per Cirno, figlio di Eracle. Il responso è frainteso, i Focei navigano verso la Corsica (ossia Cirno) e ad attenderli è un ulteriore spostamento verso l’Italia meridionale, terreno fertile per il culto di Cirno: nasceva Velia (Elea).
Nel 1958 le spedizioni archeologiche di Pellegrino Claudio Sestieri e Mario Napoli nei territori italiani, dove un tempo sorgeva Velia, misero in luce qualcosa di sconvolgente per il pensiero filosofico contemporaneo. Qualcosa che destò l’attenzione degli accademici di tutto il mondo per qualche anno e che dopo poco tempo fu archiviato nel solito magazzino di qualche archivio storico, impolverato e umido, ammuffito cibo per topi. I ritrovamenti erano semplici iscrizioni che testimoniavano la presenza a Velia di un forte culto per Apollo Oulis. Diffuso per lo più nelle regioni costiere dell’Anatolia occidentale – ossia le terre di provenienza dei focei, Apollo veniva pensato e venerato come distruttore che risana e guaritore che distrugge[2]. Gli uomini a cui le tre iscrizioni facevano riferimento erano chiamati guaritori e phōlarchós. L’uomo votato ad Apollo è un guaritore e caso vuole che Asclepio – mitico fondatore della medicina – sia figlio di Apollo. La guarigione non è chiaramente quella che noi oggi comunemente intendiamo, piuttosto in quel contesto significava l’entrare in una dimensione altra rispetto quella vissuta, un livello di consapevolezza tale che è esclusivamente la comunicazione con il divino a guarire.
Phōlarchós è la combinazione di phōleós, rifugio e archós, signore[3]. Il phōleós era il rifugio nel quali gli animali giacevano immobili in uno stato letargico, uno stato di morte apparente. Dunque i Phōlarchós sono i custodi del rifugio come luogo dell’incubazione, ovvero luogo dove si credeva avvenisse la guarigione: le persone dovevano giacere in una condizione di letargia e lasciare che Apollo li penetrasse guarendoli. I Phōlarchós sono i sacerdoti di Apollo, in virtù dei quali è possibile la manifestazione del dio agli uomini.
Due anni dopo, nel 1960, vicino l’edificio nel quale poco tempo prima erano state trovate le iscrizioni con il nome Oulis, venne trovato un blocco di marmo che presentava tracce di un’epigrafe di ringraziamento, le cui parole incise erano: Ouliádēs, Iatromantis, Apollo.
Il senso è chiaro: l’epigrafe – insieme alle scoperte precedenti – era la testimonianza lampante che la grecità fosse altro rispetto quella che da tempo si credeva che fosse e le origini della cultura occidentale sembravano ormai svelare una forte impronta mistica, qualcosa di assolutamente scandaloso per gli intellettuali anarchici di ogni tempo. I tre termini sono naturalmente strettamente legati: Ouliádēs è “figlio di Apollo”, mentre Iatromantis indica il guaritore di cui abbiamo parlato pocanzi, ossia che risana in virtù delle sue capacità profetiche.
Ancora due anni, Velia settembre 1962. Un’altra lastra di marmo: Parmeneides Pyretos Ouliádēs Physikós. È il frammento che tutti attendevano, quello che lega Parmenide ad Apollo, all’incubazione. La grafia corretta Parmeneide – e non Parmenide – era già ipotesi di studio, ma adesso veniva ad assumere una valenza di certo più pregnante. La novità assoluta è però quella di fare di Parmeneide un Ouliádēs, un sacerdote di Apollo, un phōlarchós, un custode del rifugio. E quello che più sconvolge è allo stesso tempo altro, ovvero sia l’attribuzione di Ouliádēs solo a Parmeneide, che la mancata datazione dell’iscrizione, con notevole differenza rispetto le lastre precedenti nelle quali i sacerdoti erano Oulis e datati “a partire da qualcosa”. Chiaramente il caso di Parmeneide rifletteva una certa particolarità rispetto i precedenti. Il motivo era chiaro: Parmeneide è l’anno zero di Velia.
Non è difficile capire quanto sia distante la nostra idea del filosofare.
Il poema sulla natura
Lo stile di Parmeneide è piuttosto insano e insolito per il nostro pensare il linguaggio filosofico. Un linguaggio rigoroso e metodico che si esprime compiutamente nella forma del saggio del trattato.
Contrariamente il Poema sulla natura si esprime in esametri, nel verso dei grandi poemi epici scritti per ispirazione divina. È articolato in tre parti che descrivono rispettivamente il viaggio che Parmeneide intraprende verso la dea, ciò che la dea stessa gli ha insegnato circa la realtà e la descrizione dettagliata circa il mondo che viviamo.
Nel tempo le interpretazioni sono state molteplici e ancora oggi non è difficile trovare nelle monumentali enciclopedie della storia della filosofia, o nelle classi di liceo di qualche professore preistorico logoramenti mentali di vario tipo. Il Poema non sarebbe altro che un testo letterario, una finzione poetica atta a dar autorevolezza alla propria discussione. Se a parlare fosse un uomo, sarebbe possibile ammettere l’errore, ma se è una dea a porre i termini del discorso allora le cose cambiano radicalmente.
Il viaggio parmeneideo è un viaggio dalla luce all’oscurità. «Fanciulle, figlie del Sole» hanno lasciato le dimore della Notte per dirigere «colui che sa» di fronte la dea (dal nome sconosciuto) «attraverso l’ignoto sconfinato e oscuro». Il Tartaro, l’Ade, l’Inferno è il luogo che aspetta Parmeneide. Eppure l’oscurità non è il luogo dantesco dell’estrema distanza e alterità dal divino che la tradizione ci ha sempre indotto a pensare. Esso è piuttosto la perfetta simbiosi di Giorno e Notte, luogo in cui non si dà più alcuna dicotomica differenza fra la vita e la morte e tutto è ciò che appare. I battenti delle porte del Tartaro si estendono fino ai cieli: entrare nel buio è viaggiare verso la luce.
È La relazione tra Apollo e Persefone – la dea parmeneidea innominata – a rendere immediata la relazione tra le due dimensioni. Secondo un poema orfico infatti Apollo si unì sessualmente alla signora delle tenebre e dunque la tradizione spiega la motivazione per cui i poteri guaritori di Apollo siano inevitabilmente legati al regno dei morti e all’incubazione. Apollo dio della luce e delle tenebre, della razionalità e dell’incubazione, degli enigmi, dell’ambiguità, dei paradossi. Quanto è lontana l’immagine che ne conserva l’occidente!
Siamo talmente abituati a pensare l’assoluta antinomia di luce e tenebre, che ogni tentativo di abbracciare una visione che collimi la contraddizione non può che apparire ridondante, superficiale e “contraddittoria” appunto. Manteniamo lontano l’inferno mentre non ci rendiamo conto di come è proprio lì che si celano le origini del pensiero occidentale. Il sole sorge dalle tenebre ed ogni notte vi fa ritorno. «La sorgente della luce è nell’oscurità»[6]. Pensare che si tratti solo di banalità mitologiche è l’errore, o meglio nasconde quell’idea di ragione che portò Platone a cancellare ogni traccia siffatta dal pensiero parmeneideo. Ma chiaramente quella del mito è una dimensione di gran lunga più ampia, tale da rimanere del tutto incomprensibile alle nostre menti “razionali”:
Ecco dunque le ragioni del vero parricidio platonico. Il Parmenide e il Sofista rappresentano non solo il superamento della prospettiva ontologica parmenidea che voleva coincidenza di logica ed ontologia, ma quando il fondatore dell’Accademia colse il “misticismo” del maestro (Parmenide) decise volutamente di occultare quelle prospettive che in un modo o nell’altro apparivano oscure e ricche di ambiguità. Ed ecco dunque perché le fanciulle conducono solo «colui che sa» lontano dal piano del senso comune: Parmeneide è un sacerdote di Apollo iniziato ai culti misterici, capace di penetrare in un altro mondo, di compiere un viaggio nei luoghi dell’al di là. Il suo è un morire prima di morire[8], consapevole che non a tutti è destinata la medesima via.
Quando ciò che sappiamo è diverso da ciò che è: le ragioni ateniesi
Le evidenze del testo di Kingsley sono abbastanza significative a farci intendere quanto ciò che sappiamo riguardo la filosofia, le sue origini e il concetto stesso di grecità siano nient’altro che letture date a qualcosa che in un modo o nell’altro doveva essere messo a tacere. La storia della filosofia è l’espressione in termini di vita vissuta, ecco perché spesso e volentieri storce il vero senso di ciò che è stato. Ogni vivere implica in sé un pensare non riducibile a formule, schemi e aforismi.
Con Platone e Aristotele l’immagine del filosofo è di colui il cui animo trova fondamento nella meraviglia nei confronti del reale e libero dalle catene del senso comune, dalla schiavitù dei sensi, volge lo sguardo al sole, alla verità per naufragare in essa. La filosofia diventa ragione incarnata, quella scuola di pensiero ateniese che vede nel filosofo il sempre astratto contemplatore del cielo pronto ad essere deriso dalla servetta tracia[10]ad ogni piè sospinto.
Solo la scuola ateniese fece della filosofia da “amore per la saggezza” a “amore per il discorso intorno l’amore per la saggezza”. Ogni epoca è convinta che dietro le sue opere si nasconda il segno della verità e dunque è obbligo rileggere le verità altrui alla luce della propria ragione. Ma la stessa distinzione tra il concetto di ragione e quello di irrazionale implica già una scelta fortemente arbitraria. Ciò che cinquanta anni fa era impensabile – passeggiare stringendo la mano di una dolce fanciulla nella strada principale della città, scambiarsi dolci occhiate e baciarsi al chiaro di luna – è per noi oggi parte del quotidiano. Con tutta probabilità le nostre teorie fra un paio d’anni verranno considerate mere banalità e i nostri più alti concetti saranno scritti su tutti i testi di scuola elementare.
Cambia il modo di vivere, cambia il modo di intendere le cose. Il pensiero parmeneideo rivela la sua profonda cognizione dell’umano in un senso senza tempo né spazio, tale che è oggi necessario riscoprire il senso di quelle parole e di quelle vite. Non per fare della storia della filosofia (greca) un passato sempre presente – il che sarebbe parecchio banale, piuttosto per comprendere chi siamo, da dove veniamo e le ragioni per le quali pensiamo in un modo e non in un altro. Se Platone non avesse ucciso il padre, adesso vivremmo in un modo probabilmente altro rispetto quello che oggi è. Eppure per noi impensabile perché lontano dal nostro sentire attuale. Non perché il pensiero determini la storia, bensì perché il pensiero è vita vissuta, esperita nella pienezza della sua concretezza e drammaticità. Ecco perché i filosofi e forse più i mistici sono profondamente radicati nella loro corporeità, materialità, fatticità: essi sono i veri spiriti concreti di ogni tempo come luogo in cui non c’è dualità tra il pensare e l’essere.
Il vero atteggiamento del filosofo, così come dello scienziato, dovrebbe essere quello di colui sempre disposto a riconoscere i suoi sbagli, i suoi errori e fare di ogni teoria sulla realtà un punto per un nuovo inizio. Filosofia deve necessariamente essere riconsiderare le opinioni acquisite dal senso comune in secoli di storia, una storia che con la drammaticità dei suoi eventi ci ha insegnato che la realtà è l’oggetto della nostra azione, dei nostri patimenti: questa e solo questa realtà. Non dovremmo dunque aver paura di riconsiderare quello che fin oggi abbiamo saputo. È l’eterna dialettica di chi crede di sapere e in questo mostra già la sua infinita lontananza dal sapere stesso. Il testo di Kingsley è il manifesto per un ripensare il pensiero e dunque la vita, non un appello caloroso a vegliare in stati letargici aspettando l’intervento apollineo. Non è il manifesto per un ripensare il paganesimo e lo stile i vita delle comunità pitagoriche, piuttosto è renderci consapevoli che quelle erano le origini del nostro vivere e dunque tutto cela la volontà dell’uomo e la contingenza del Caso. Phōlarchós e guaritori erano la dimensione di quelle vite, adesso noi dobbiamo scoprire le nostre, tenendo sempre presente che quando leggiamo una storia – che sia filosofica o storiografica – essa è raccontata, dunque riletta.
Il testo di Kingsley dovrebbe stimolare la passione e l’ardore degli studiosi che al sonno devono preferire la veglia, contribuendo in primo luogo a rivedere il concetto di filosofia che per quanto appaia (in senso forse troppo postmoderno) indefinibile mostra invece una profondità storica e umana che non può e non deve essere taciuta; in secondo luogo dovrebbe stimolare gli editori italiani a considerare i testi stessi di Kingsley che tacciono per lo più sotto le polverose storie del mercato economico, la storia dell’ignoranza come vita vissuta.
E allora a tutti l’augurio che Kingsley rivolge ai suoi lettori a inizio libro, perchè possa essere l’inizio per un nuovo inizio, il mattino per un nuovo giorno, una vita che dedicandosi a sé scopre la morte come autenticità dell’essere qui, adesso.
Una nota alla tradizione filosofica
Tradizione: miseria e povertà di spirito, rispetto per tutto ciò che annichilisce la creatività umana, miserabile parvenza di intelligenza.
«Taci» dice il signore al servo «rispetta i simboli, i valori e le credenze della tua tradizione che i padri dei nostri padri ci insegnarono; fa che i tuoi figli, i figli dei tuoi figli, e i figli dei figli dei tuoi figli credano a queste parole. Solo in esse si nasconde la Verità. Non ti è dato pensare alcunché trascenda questi insegnamenti».
Leggere Kingsley è giocare la parte del servo, acquisire l’acquisibile e andare lì dove è impensabile ai più andare.
[1] Un doveroso ringraziamento a Cateno Tempio e al prof. Giuseppe Raciti per gli stimoli su Kingsley attraverso la loro passione e i loro studi;
[2] cfr. Peter Kingsley, Nei luoghi oscuri della saggezza. Le origini rimosse della civiltà occidentale, Marco Tropea Editore, Milano 2001, p.63
[3] cfr.78
[4] Ibidem p.101
[5] Ibidem p.126 e p.130
[6] Ibidem p.70
[7] Ibidem p.71
[8] «Che soluzione straordinaria per la saggezza nascondersi nella morte! Tutti rifuggono la morte, quindi tutti rifuggono la saggezza», ibidem p.67
[9] Ibidem pp.145-146
[10] Cfr. Talete, DK, B1
[11] Ibidem p.179
[12] Ibidem p.15