Meditazioni benedettine IV

Affascinato dal viaggio nel tempo, questo bizzarro animale curioso, che è l’uomo, ne inventa di cose: che voglia farsi padrone dei giorni e sostituirsi ad Apollo, per prendere il suo posto a guida dell’auriga?

Se guardasse meglio lo stato di cose, che circonda il suo sguardo, si accorgerebbe che viaggia già nel tempo: i suoi organi fisici sono forgiati nella fucina dei secoli; il suo linguaggio è la lingua che fu parlata innumerabili tempi addietro; la sua cultura, la sua religione, la sua “ragione” e i suoi valori sono libri in cui la polvere delle cose si è stratificata e se si guardasse allo specchio vedrebbe in un solo istante il tempo che è stato, quello che è e, dopotutto, quello che sarà.

Esiste un luogo, un mondo possibile, in cui il passato ri-esiste? Verso dove vanno i pensieri che abbiamo patito, le esperienze che abbiamo vissuto, con tutto quel carico di ansia e preoccupazione? C’è un luogo in cui tutto continua ad essere?

E’ nell’uomo che il tempo dimora: nella coscienza umana il tempo si specchia.

[...]
Che trama è questa
del sarà, del sé, del fu?
Che fine è questo
per il quale corre il Gange?
Che fiume è questo la cui fonte è inconcepibile?
Che fiume è questo
che trascina mitologie e spade?
E inutile che dorma. Il fiume scorre
Nel sonno, nel deserto, in una grotta.
Il fiume mi rapisce, io sono il fiume.
Fatto fui di labile materia, di misterioso tempo.
Forse è in me la sorgente.
Forse dalla mia ombra
fatali e illusori, sorgono i giorni.

Borges, Eraclito

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