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	<title>Commenti per Zeitaufwand</title>
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		<title>Commenti su &#8220;L&#8217;esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili&#8221; di Francesco Berto di Luigi Pavone</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?page_id=718&#038;cpage=1#comment-978</link>
		<dc:creator>Luigi Pavone</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 14:47:18 +0000</pubDate>
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		<description>Parlare di qualcosa e riferirsi a qualcosa sono entrambi fatti linguistici, entrambi inoltre sono intenzionali. Tuttavia, il riferimento implica una relazione extralinguistica tra il linguaggio e il referente che il semplice parlare non comporta. Se riesco effettivamente a riferirmi all’oggetto O e poi dico che O non esiste, sto affermando che quella relazione extralinguistica, che fonda il riferimento, e di cui O è uno degli argomenti, non sussiste, dal momento che O stesso non sussiste.  Questo è semplicemente contraddittorio e dunque ha senso dire che tutti gli enunciati esistenziali negativi particolari, in cui il soggetto riesce a riferirsi a qualcosa, sono falsi in maniera triviale. Ma esistono enunciati esistenziali negativi particolari in cui il soggetto non riesce a riferirsi effettivamente, e relativamente a questa classe di enunciati possiamo affermare che non tutti sono falsi in modo triviale, alcuni sono veri. Se parlo di Babbo Natale, nessuna relazione extralinguistica tra il linguaggio e il referente (Babbo Natale) è implicata, e dunque posso tranquillamente affermare che Babbo Natale non esiste senza con ciò incappare in qualche contraddizione. “Babbo Natale”, infatti, è significante indipendentemente dalla sua effettiva capacità di riferirsi a qualcosa. Certo, se partiamo dal presupposto che significato = riferimento, allora porre “Babbo Natale” come significante significa porlo come referenziale. Ma non siamo obbligati ad accettare l’equivalenza significato = riferimento, anzi ormai è un dato acquisito la sua negazione. Quella straordinaria intelligenza filosofica di Quine aveva perfino avanzato l’ipotesi che il meinonghiano sia addirittura incapace di distinguere il significare dal riferirsi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di qualcosa e riferirsi a qualcosa sono entrambi fatti linguistici, entrambi inoltre sono intenzionali. Tuttavia, il riferimento implica una relazione extralinguistica tra il linguaggio e il referente che il semplice parlare non comporta. Se riesco effettivamente a riferirmi all’oggetto O e poi dico che O non esiste, sto affermando che quella relazione extralinguistica, che fonda il riferimento, e di cui O è uno degli argomenti, non sussiste, dal momento che O stesso non sussiste.  Questo è semplicemente contraddittorio e dunque ha senso dire che tutti gli enunciati esistenziali negativi particolari, in cui il soggetto riesce a riferirsi a qualcosa, sono falsi in maniera triviale. Ma esistono enunciati esistenziali negativi particolari in cui il soggetto non riesce a riferirsi effettivamente, e relativamente a questa classe di enunciati possiamo affermare che non tutti sono falsi in modo triviale, alcuni sono veri. Se parlo di Babbo Natale, nessuna relazione extralinguistica tra il linguaggio e il referente (Babbo Natale) è implicata, e dunque posso tranquillamente affermare che Babbo Natale non esiste senza con ciò incappare in qualche contraddizione. “Babbo Natale”, infatti, è significante indipendentemente dalla sua effettiva capacità di riferirsi a qualcosa. Certo, se partiamo dal presupposto che significato = riferimento, allora porre “Babbo Natale” come significante significa porlo come referenziale. Ma non siamo obbligati ad accettare l’equivalenza significato = riferimento, anzi ormai è un dato acquisito la sua negazione. Quella straordinaria intelligenza filosofica di Quine aveva perfino avanzato l’ipotesi che il meinonghiano sia addirittura incapace di distinguere il significare dal riferirsi.</p>
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		<title>Commenti su &#8220;L&#8217;esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili&#8221; di Francesco Berto di admin</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?page_id=718&#038;cpage=1#comment-977</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 08:35:35 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Lugi,
sono davvero molto contento di questo tuo intervento sul sito a proposito del testo di Berto. Le tematiche ontologiche - come avrai capito - mi interessano molto, anche se ne so davvero poco. La proposta ontologica che Berto riprende da Meinong mi sembra molto interessante, se non altro, proprio per la critica serrata all&#039;idea che tutto esiste, tutto è: per certi versi non mi sono mai piaciute affermazioni di tal genere (&quot;Tutto è&quot;: e allora?Che cosa ne facciamo di questo tipo di affermazioni?). L&#039;idea della predicazione separata dall&#039;esistenza di Nathan Salmon, sembra davvero fare al caso: dire qualcosa non significa dire la sua esistenza. Se dico &quot;Pegaso&quot;, non dico che &quot;Pegaso esiste&quot;, ma ciò non toglie che sia un termine dotato di significato. Ed è proprio attraverso quest&#039;idea che Berto attacca i presupposti del &quot;paradosso del non essere&quot;.
La distinizione tra &quot;parlare di...&quot; e &quot;riferirsi a...&quot; è davvero interessante, oltre che molto sottile. Tu certamente avrai colto molte più sfumature del testo rispetto a me, ma Berto non pone, per certi versi, anche lui un tipo simile di differenza? Dire qualcosa non significa dire la sua esistenza, giacché un oggetto non esiste necessariamente e ciò non toglie che stiamo riferendoci a quella cosa (Pegaso nel caso nostro).

Poi, lasciando perdere l&#039;intenzionalità mentale, parlare di qualcosa non significa riferirsi a quella cosa?

grazie ancora</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Lugi,<br />
sono davvero molto contento di questo tuo intervento sul sito a proposito del testo di Berto. Le tematiche ontologiche &#8211; come avrai capito &#8211; mi interessano molto, anche se ne so davvero poco. La proposta ontologica che Berto riprende da Meinong mi sembra molto interessante, se non altro, proprio per la critica serrata all&#8217;idea che tutto esiste, tutto è: per certi versi non mi sono mai piaciute affermazioni di tal genere (&#8220;Tutto è&#8221;: e allora?Che cosa ne facciamo di questo tipo di affermazioni?). L&#8217;idea della predicazione separata dall&#8217;esistenza di Nathan Salmon, sembra davvero fare al caso: dire qualcosa non significa dire la sua esistenza. Se dico &#8220;Pegaso&#8221;, non dico che &#8220;Pegaso esiste&#8221;, ma ciò non toglie che sia un termine dotato di significato. Ed è proprio attraverso quest&#8217;idea che Berto attacca i presupposti del &#8220;paradosso del non essere&#8221;.<br />
La distinizione tra &#8220;parlare di&#8230;&#8221; e &#8220;riferirsi a&#8230;&#8221; è davvero interessante, oltre che molto sottile. Tu certamente avrai colto molte più sfumature del testo rispetto a me, ma Berto non pone, per certi versi, anche lui un tipo simile di differenza? Dire qualcosa non significa dire la sua esistenza, giacché un oggetto non esiste necessariamente e ciò non toglie che stiamo riferendoci a quella cosa (Pegaso nel caso nostro).</p>
<p>Poi, lasciando perdere l&#8217;intenzionalità mentale, parlare di qualcosa non significa riferirsi a quella cosa?</p>
<p>grazie ancora</p>
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	<item>
		<title>Commenti su &#8220;L&#8217;esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili&#8221; di Francesco Berto di Luigi Pavone</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?page_id=718&#038;cpage=1#comment-976</link>
		<dc:creator>Luigi Pavone</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 16:41:31 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Emilio,
è vero, il libro di Berto è interessante. Proprio intorno alle tematiche che affronta, ho avuto un breve scambio epistolare con l&#039;autore (se vuoi ho qualche suo articolo inedito). Provo a riassumerti il punto. Vedi, la presentazione di Berto è apertamente di parte, come saprai. Ma anch&#039;io sono di parte, nel senso che pur riconoscendo l&#039;eleganza e lo sforzo teoretico dei meinonghiani, propendo dalla parte degli attualisti (lo so, è una parolina che Berto non usa nel suo libro, ma è all&#039;attualismo che egli si riferisce quando parla di concezione parmenidea dell&#039;essere, o di received view). A me piacciono i filosofi che distinguono piuttosto che quelli che uniscono (o confondono?), e trovo filosoficamente raffinata la distinzione tra il &quot;parlare di...&quot; e il &quot;riferirsi a...&quot;. Altro è il parlare di qualcosa, altro è il riferirsi a qualcosa, nel senso che è perfettamente possibile parlare di qualcosa senza riferimento, anche se non è possibile riferirsi a qualcosa e non parlarne. Ora, mentre gli attualisti ritengono questa distinzione, i meinonghiani no. Per il meinonghiano parlare di qualcosa significa riferirsi a questo qualcosa. Io penso che questa posizione sia grossolana. 

Tu scrivi, citando Bertro suppongo:

&quot;infatti, per negare l’esistenza di qualcosa occorre RIFERIRSI a quella cosa (prima premessa), ma se ci si riferisce a qualcosa, quella cosa esiste (seconda premessa), dunque per negare l’esistenza di qualcosa, occorre che quella cosa esista (conclusione)&quot;.

A me pare che per negare l&#039;esistenza di qualcosa sia sufficiente PARLARE di quella cosa.  Prova a sostituire &quot;parlare&quot; a &quot;riferirsi&quot; nella prima premessa (solo nella prima premessa), vedrai che la conclusione ne risulterà compromessa. Una obiezione più micidiale che possiamo rivolgenre al meinonghismo modale, quello sostenuto da Berto negli ultimi capitoli, riguarda l&#039;argomento modale di Kripke, ma temo che il discorso si stia facendo lungo...

Luigi Pavone</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Emilio,<br />
è vero, il libro di Berto è interessante. Proprio intorno alle tematiche che affronta, ho avuto un breve scambio epistolare con l&#8217;autore (se vuoi ho qualche suo articolo inedito). Provo a riassumerti il punto. Vedi, la presentazione di Berto è apertamente di parte, come saprai. Ma anch&#8217;io sono di parte, nel senso che pur riconoscendo l&#8217;eleganza e lo sforzo teoretico dei meinonghiani, propendo dalla parte degli attualisti (lo so, è una parolina che Berto non usa nel suo libro, ma è all&#8217;attualismo che egli si riferisce quando parla di concezione parmenidea dell&#8217;essere, o di received view). A me piacciono i filosofi che distinguono piuttosto che quelli che uniscono (o confondono?), e trovo filosoficamente raffinata la distinzione tra il &#8220;parlare di&#8230;&#8221; e il &#8220;riferirsi a&#8230;&#8221;. Altro è il parlare di qualcosa, altro è il riferirsi a qualcosa, nel senso che è perfettamente possibile parlare di qualcosa senza riferimento, anche se non è possibile riferirsi a qualcosa e non parlarne. Ora, mentre gli attualisti ritengono questa distinzione, i meinonghiani no. Per il meinonghiano parlare di qualcosa significa riferirsi a questo qualcosa. Io penso che questa posizione sia grossolana. </p>
<p>Tu scrivi, citando Bertro suppongo:</p>
<p>&#8220;infatti, per negare l’esistenza di qualcosa occorre RIFERIRSI a quella cosa (prima premessa), ma se ci si riferisce a qualcosa, quella cosa esiste (seconda premessa), dunque per negare l’esistenza di qualcosa, occorre che quella cosa esista (conclusione)&#8221;.</p>
<p>A me pare che per negare l&#8217;esistenza di qualcosa sia sufficiente PARLARE di quella cosa.  Prova a sostituire &#8220;parlare&#8221; a &#8220;riferirsi&#8221; nella prima premessa (solo nella prima premessa), vedrai che la conclusione ne risulterà compromessa. Una obiezione più micidiale che possiamo rivolgenre al meinonghismo modale, quello sostenuto da Berto negli ultimi capitoli, riguarda l&#8217;argomento modale di Kripke, ma temo che il discorso si stia facendo lungo&#8230;</p>
<p>Luigi Pavone</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Addio Saramago di admin</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?p=696&#038;cpage=1#comment-975</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 14:45:58 +0000</pubDate>
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		<description>In Portogallo &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/esteri/2010/07/08/foto/ges_su_playboy_polemiche_in_portogallo-5474144/1/?ref=HRESS-2&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;omaggio a Saramgo&lt;/a&gt;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In Portogallo <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/07/08/foto/ges_su_playboy_polemiche_in_portogallo-5474144/1/?ref=HRESS-2" rel="nofollow">omaggio a Saramgo</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Qualcuno ha sparato di Cateno</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?p=716&#038;cpage=1#comment-972</link>
		<dc:creator>Cateno</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 15:11:14 +0000</pubDate>
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		<description>Rabbia; e anche impotenza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Rabbia; e anche impotenza.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Qualcuno ha sparato di Tommy David</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?p=716&#038;cpage=1#comment-971</link>
		<dc:creator>Tommy David</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 14:58:04 +0000</pubDate>
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		<description>Non è tempo né spazio dove (re)stare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non è tempo né spazio dove (re)stare.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su 22.05.2010 di Valenzia</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?p=633&#038;cpage=1#comment-959</link>
		<dc:creator>Valenzia</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 May 2010 11:56:46 +0000</pubDate>
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		<description>opera: &quot;Giacomo&quot; - De Chirico - rivisitazione</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>opera: &#8220;Giacomo&#8221; &#8211; De Chirico &#8211; rivisitazione</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su &#8220;Vorspiel und Tanz&#8221; di admin</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?p=608&#038;cpage=1#comment-856</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 May 2010 09:40:34 +0000</pubDate>
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		<description>La particolarità degli studi di Kingsley (non è l&#039;unico fortunatamente) è proprio il ripensamento stesso del filosofare. Lì dove i &quot;grandi&quot; hanno visto e vedono il primato della Ragione, lui vede quello che per noi sarebbe profondamente illogico e irrazionale. La filosofia non sarebbe l&#039;ingresso della Ragione nel Tempo ma il suo contrario per certi versi. Una conoscenza sempre più al limite fra il misticismo e la sapienza oracolare. Naturalmente si parla di Parmeneide e Empedocle, ma anche i Milesii, Anassimandro in particolare, potrebbero rientrarci. Del resto, privare la grecità del suo dionisiaco è una mutilazione bella e buona.
C&#039;è chi - forse a ragione - continua a ripetere che dopotutto la Storia della filosofia si è costruita su Parmenide e non su Parmeneide, quindi inutile mettersi a fare questa &quot;nuova filosofia&quot;. Io credo sia prima di tutto di intellettuale onestà il tentativo di capire come le cose possano essere state. Oltre che incredibilmente affascinante.
A parte Kingsley, poi, a me pare che l&#039;Essere parmenideo sia più vicino all&#039;archè che ad altro. Il problema è l&#039;averci messo il pensiero in mezzo ... ma su questo sto lavorando.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La particolarità degli studi di Kingsley (non è l&#8217;unico fortunatamente) è proprio il ripensamento stesso del filosofare. Lì dove i &#8220;grandi&#8221; hanno visto e vedono il primato della Ragione, lui vede quello che per noi sarebbe profondamente illogico e irrazionale. La filosofia non sarebbe l&#8217;ingresso della Ragione nel Tempo ma il suo contrario per certi versi. Una conoscenza sempre più al limite fra il misticismo e la sapienza oracolare. Naturalmente si parla di Parmeneide e Empedocle, ma anche i Milesii, Anassimandro in particolare, potrebbero rientrarci. Del resto, privare la grecità del suo dionisiaco è una mutilazione bella e buona.<br />
C&#8217;è chi &#8211; forse a ragione &#8211; continua a ripetere che dopotutto la Storia della filosofia si è costruita su Parmenide e non su Parmeneide, quindi inutile mettersi a fare questa &#8220;nuova filosofia&#8221;. Io credo sia prima di tutto di intellettuale onestà il tentativo di capire come le cose possano essere state. Oltre che incredibilmente affascinante.<br />
A parte Kingsley, poi, a me pare che l&#8217;Essere parmenideo sia più vicino all&#8217;archè che ad altro. Il problema è l&#8217;averci messo il pensiero in mezzo &#8230; ma su questo sto lavorando.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su &#8220;Vorspiel und Tanz&#8221; di moak</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?p=608&#038;cpage=1#comment-855</link>
		<dc:creator>moak</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 May 2010 22:03:42 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.emiliosanfilippo.it/?p=608#comment-855</guid>
		<description>http://www.youtube.com/watch?v=8fpGSA_enAI&amp;feature=related 
La dimenticanza e il pregiudizio nei confronti della speculazione parmenidea, come, più in generale, del pensiero &quot;pre-socratico&quot;, non è solo frutto della storiografia più moderna ma è retaggio assai lontano: affonda le sue radici già in Aristotele, che in alcune  delle sue opere liquida le posizioni precedenti, ancora 
&quot;immature, ingenue, impure &quot; se confrontate a quell&#039;idea di ratio che a lui preme affermare. Ma non c&#039;è solo Aristotele, c&#039;è l&#039; intera scuola peripatetica, il neoplatonismo e gli storiografi della tarda grecità...
Di questa svalutazione e amputazione oggi ne parla Kingsley, ma dobbiamo ricordare le ammonizioni che, in tal senso, provenivano anni prima  da un pensatore quale Severino in Italia ( seppur partendo i due pensatori da prospettive certamente diverse).
 La questione ontologica è già pienamente presente nei frammenti parmenidei, nella sua assoluta e profondità  radicalità.Penso che un rigoroso ripensamento della filosofia presocratica possa anzitutto mitigare le sterili dicotomie mytos-lògos, religiosità misteriche-razionalità di tipo speculativo e via dicendo, restituendo al pensiero greco la sua fisionomia più propria, che non si compone certo solo di spirito apollineo, come hanno voluto non solo grandi filosofi ma pure eccellenti storici (mi viene di pensare a Winkelmann).
Dioniso è l&#039;altra affascinante faccia della grande tradizione ellenica e questo lo vediamo nell&#039; arte, nella commedia, nella splendida tragedia greca. In questa cornice rientra pure il fatto che un pensiero quale quello di Parmenide possa a volte unire toni oracolari ad un possibile discorso filosofico sull&#039;essere, o ancora il fatto che Empedocle possa parlare di principi ed elementi nella forma di un poema in versi. Interpretare criticamente questi autori significa comprendere anche quei debiti che filosofi quali Platone e Aristotele serbano nei loro confronti.
Da ultimo mi viene da menzionare il merito di Heidegger a tal proposito: in un certo senso,sarà lui uno dei primi che nel Novecento rilancerà &quot;l&#039;ardua sfida&quot; di andare a recuperare le fila di quell&#039;antico dialogo fatto di interrogativi forse mai del tutto assopiti....
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=8fpGSA_enAI&amp;feature=related" rel="nofollow">http://www.youtube.com/watch?v=8fpGSA_enAI&amp;feature=related</a><br />
La dimenticanza e il pregiudizio nei confronti della speculazione parmenidea, come, più in generale, del pensiero &#8220;pre-socratico&#8221;, non è solo frutto della storiografia più moderna ma è retaggio assai lontano: affonda le sue radici già in Aristotele, che in alcune  delle sue opere liquida le posizioni precedenti, ancora<br />
&#8220;immature, ingenue, impure &#8221; se confrontate a quell&#8217;idea di ratio che a lui preme affermare. Ma non c&#8217;è solo Aristotele, c&#8217;è l&#8217; intera scuola peripatetica, il neoplatonismo e gli storiografi della tarda grecità&#8230;<br />
Di questa svalutazione e amputazione oggi ne parla Kingsley, ma dobbiamo ricordare le ammonizioni che, in tal senso, provenivano anni prima  da un pensatore quale Severino in Italia ( seppur partendo i due pensatori da prospettive certamente diverse).<br />
 La questione ontologica è già pienamente presente nei frammenti parmenidei, nella sua assoluta e profondità  radicalità.Penso che un rigoroso ripensamento della filosofia presocratica possa anzitutto mitigare le sterili dicotomie mytos-lògos, religiosità misteriche-razionalità di tipo speculativo e via dicendo, restituendo al pensiero greco la sua fisionomia più propria, che non si compone certo solo di spirito apollineo, come hanno voluto non solo grandi filosofi ma pure eccellenti storici (mi viene di pensare a Winkelmann).<br />
Dioniso è l&#8217;altra affascinante faccia della grande tradizione ellenica e questo lo vediamo nell&#8217; arte, nella commedia, nella splendida tragedia greca. In questa cornice rientra pure il fatto che un pensiero quale quello di Parmenide possa a volte unire toni oracolari ad un possibile discorso filosofico sull&#8217;essere, o ancora il fatto che Empedocle possa parlare di principi ed elementi nella forma di un poema in versi. Interpretare criticamente questi autori significa comprendere anche quei debiti che filosofi quali Platone e Aristotele serbano nei loro confronti.<br />
Da ultimo mi viene da menzionare il merito di Heidegger a tal proposito: in un certo senso,sarà lui uno dei primi che nel Novecento rilancerà &#8220;l&#8217;ardua sfida&#8221; di andare a recuperare le fila di quell&#8217;antico dialogo fatto di interrogativi forse mai del tutto assopiti&#8230;.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Morte e Civiltà di Adriana</title>
		<link>http://www.emiliosanfilippo.it/?p=590&#038;cpage=1#comment-806</link>
		<dc:creator>Adriana</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2010 14:45:02 +0000</pubDate>
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		<description>Ho un vago ricordo di quel che scrissi anni fa sull&#039;argomento. Sono sicura ci fosse un riferimento alle Muse custodi della memoria (figlie di Mnemosine), delle arti e del sapere (figlie di Zeus). In particolare mi ero soffermata su quest&#039;ultima caratteristica, sul sapere come tempo. 
Anche a me viene da pensare a mia nonna. Come le Muse intrattenevano con i loro racconti e canti gli ospiti delle feste olimpiche, lei teneva calmi e buoni me e i miei cugini che, dopo esser stati a giocare col nonno, volentieri restavamo ad ascoltare i suoi racconti, storie o ricordi di un&#039;infanzia tanto differente dalla nostra. Hai inoltre scritto la straordinaria capacità di tua nonna nel ricordare le abitudini della famiglia e questo penso sia dovuto in qualche modo, come hai tu stesso accennato, al senso materno, senso che va oltre la protezione e la tenerezza, oltre il presente. È un senso che evidenzia l&#039;attenzione donata al tempo, al passato come ricordo da tramandare per ricordarci le nostri origini e quanto siamo fortunati e al futuro come importanza di creare. Mia nonna ricordava tutte le nostre età e le nostre date, gli anniversari, i numeri che a noi sembravano poco importanti, era la sua gioia di ricordare i nostri inizi, non i traguardi. 
Grazie in particolare per “&lt;em&gt;la donna è il luogo in cui il tempo copula, viene all’essere: quel tempo che si incarna nel figlio, condanna la madre al ricordo. Ecco perché è più comune vedere madri commosse per i figli che padri: per la donna si tratta di un’estensione del proprio corpo&lt;/em&gt;”: la tua sensibilità mi commuove ancora.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho un vago ricordo di quel che scrissi anni fa sull&#8217;argomento. Sono sicura ci fosse un riferimento alle Muse custodi della memoria (figlie di Mnemosine), delle arti e del sapere (figlie di Zeus). In particolare mi ero soffermata su quest&#8217;ultima caratteristica, sul sapere come tempo.<br />
Anche a me viene da pensare a mia nonna. Come le Muse intrattenevano con i loro racconti e canti gli ospiti delle feste olimpiche, lei teneva calmi e buoni me e i miei cugini che, dopo esser stati a giocare col nonno, volentieri restavamo ad ascoltare i suoi racconti, storie o ricordi di un&#8217;infanzia tanto differente dalla nostra. Hai inoltre scritto la straordinaria capacità di tua nonna nel ricordare le abitudini della famiglia e questo penso sia dovuto in qualche modo, come hai tu stesso accennato, al senso materno, senso che va oltre la protezione e la tenerezza, oltre il presente. È un senso che evidenzia l&#8217;attenzione donata al tempo, al passato come ricordo da tramandare per ricordarci le nostri origini e quanto siamo fortunati e al futuro come importanza di creare. Mia nonna ricordava tutte le nostre età e le nostre date, gli anniversari, i numeri che a noi sembravano poco importanti, era la sua gioia di ricordare i nostri inizi, non i traguardi.<br />
Grazie in particolare per “<em>la donna è il luogo in cui il tempo copula, viene all’essere: quel tempo che si incarna nel figlio, condanna la madre al ricordo. Ecco perché è più comune vedere madri commosse per i figli che padri: per la donna si tratta di un’estensione del proprio corpo</em>”: la tua sensibilità mi commuove ancora.</p>
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